Al Sisi sembra Pinochet

 

Egyptian Minister of Defense Abdel-Fattah al-Sissi

Augusto-Pinochet-Hero-AB 

È successo al Cairo il 25 gennaio, cinque anni esatti dopo l’inizio delle manifestazioni che hanno provocato la caduta del regime di Hosni Mubarak. L’italiano Giulio Regeni, 28 anni, che studiava i movimenti sindacali egiziani, è uscito di casa in una città dove la polizia dà la caccia a qualsiasi potenziale manifestante. Il suo corpo è stato ritrovato il 3 febbraio alla periferia del Cairo. Molti indizi fanno pensare che Regeni sia stato assassinato dai servizi di sicurezza.

 

Sotto Abdel Fattah al Sisi l’Egitto è piombato in un clima paranoico ed è tornato a uno stato di polizia peggiore di quello di Mubarak. È cominciato tutto con il colpo di stato del generale Al Sisi, che nel luglio del 2013 ha rovesciato il presidente Mohamed Morsi e il suo partito, i Fratelli musulmani. La repressione è stata feroce: più di ottocento manifestanti sono stati uccisi, i Fratelli musulmani sono stati messi fuori legge e centinaia di persone sono state condannate a morte. Un anno dopo Al Sisi è stato eletto presidente. La “normalizzazione” avrebbe potuto fermarsi lì. Invece no. Arresti arbitrari, torture, omicidi e una magistratura sottomessa sono divenuti la norma. Le vittime – giornalisti, accademici, semplici cittadini – spesso non hanno niente a che fare con il terrorismo. L’Egitto somiglia sempre più al Cile di Augusto Pinochet, ma mentre reprime ogni traccia di opposizione politica deve anche affrontare un’insurrezione islamista nel Sinai.

 

La società civile cerca ancora di reagire. Il sindacato di categoria ha protestato contro l’arresto di alcuni medici che si sono rifiutati di firmare un referto che occultava le torture. Un gruppo di deputati ha chiesto le dimissioni del ministro dell’interno, e il 19 febbraio Al Sisi ha dovuto denunciare le “azioni commesse da alcuni agenti di polizia”.

 

Questa repressione cieca è letale per l’economia del paese. L’Egitto e i suoi 85 milioni di abitanti hanno bisogno dei turisti occidentali. Hanno bisogno degli investimenti stranieri per finanziare le grandi opere. Gli europei, che vedono nell’Egitto di Al Sisi una barriera contro l’islamismo, continuano a sostenerlo. È una scelta comprensibile. Ma diventerà indifendibile se il paese non cambierà presto. Dagli Stati Uniti all’Europa, la morte di un giovane italiano ha aperto gli occhi sul cancro che mina la ripresa dell’Egitto.

 

Le Monde, Francia, Internazionale n.1142, 26 febbraio 2016

 

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