Le responsabilità politiche dell’omicidio di Jo Cox

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Il 16 giugno a Birstall, nello Yorkshire, è stata uccisa Jo Cox, parlamentare laburista e attivista per la giustizia sociale e i diritti dei profughi.

L’uomo sospettato dell’omicidio è legato a gruppi di estrema destra. Secondo tre testimoni, dopo l’attacco avrebbe urlato “Britain first”, il nome di un partito di estrema destra contrario all’Unione europea e all’immigrazione. Opinionisti e commentatori hanno fatto di tutto per tenere questa tragedia lontana dalla sfera politica. Ma questo atteggiamento è un insulto alla memoria di una donna che ha dedicato la sua vita alla politica della speranza e dell’integrazione. Ed è anche un modo per scaricare ogni responsabilità.

Quando accadono tragedie come questa, e purtroppo ultimamente accadono con disarmante frequenza, ci chiediamo inevitabilmente “come” e “perché”.

Ci schieriamo, puntiamo il dito, cerchiamo risposte e quando le risposte fanno male alziamo le mani e dichiariamo che tutto questo non ha senso. Così possiamo guardarci collettivamente allo specchio senza vomitare.

Michael Adebowale, uno dei due uomini di origine nigeriana che nel 2013 hanno ucciso il soldato Lee Rigby a Londra, soffriva di disturbi mentali, ma i giornalisti non si sono soffermati su questo aspetto e hanno preferito sottolineare la sua religione e le confuse rivendicazioni politiche che aveva borbottato ai passanti.

Tommy Mair, sospettato dell’omicidio di Cox, è bianco e britannico, dunque è stato immediatamente caratterizzato come “cane sciolto”, “timido”, “disturbato”.

Mair è appassionato di giardinaggio, e il Daily Mail ci ricorda che ha fatto volontariato nel suo paese: i suoi legami con l’estrema destra eurofobica potrebbero anche non aver nulla a che fare con la sua decisione di uccidere una deputata di sinistra e filoeuropea che ha guidato diverse campagne per portare i bambini siriani nel Regno Unito (che tra l’altro sono state respinte da un parlamento ormai schiavo del razzismo dei tabloid).

Conosciamo bene la storia. Un uomo disturbato commette atti di violenza inspiegabile ed ecco che la violenza viene interpretata in base al colore della pelle, alla fede e alla nazionalità. Gli aggressori sono divisi in due gruppi: “terroristi” da una parte, “matti” dall’altra.

Un uomo che uccide 49 persone in un locale gay può essere definito terrorista, mentre un altro uomo che spara e accoltella una parlamentare di sinistra è un malato di mente isolato. Queste scuse ci permettono di allontanare la colpa da noi stessi e dalla società. Ci permettono di guardare alle tendenze violente senza vedere le responsabilità dei nostri leader, delle nostre comunità e delle nostre coscienze. Il meme dell’attacco performativo si sta diffondendo e replicando come un virus nel nord del mondo, mentre noi cerchiamo di sminuirlo e circoscriverlo perché così è più facile accettarlo.

Non dobbiamo chiederci se gli assassini sono pazzi.

Dobbiamo chiederci perché la gente impazzisce proprio adesso e perché, e dove ha origine questa pazzia.

Cosa spinge un uomo a uccidere un estraneo? Se ignoriamo le sue idee politiche, cosa resta? L’inefficienza dell’assistenza ai malati mentali? Un’idea distorta di mascolinità? L’isolamento sociale? Una cultura che priva le persone più vulnerabili di speranza e dignità, che non offre giustizia, lavoro e realizzazione? Le cause sono tutte queste e altre, ma nessuna può essere usata come pretesto.

In questo momento la nostra società è piena di persone smarrite e arrabbiate che cercano qualcuno a cui dare la colpa.

La nostra cultura è presa in ostaggio da demagoghi felicissimi di sfruttare questa colpa a scopi politici. Razzisti, xenofobi, omofobi, misogini, estremisti religiosi e fanatici di destra, ognuno offre i suoi versi al coro della paura, con la promessa di restituire l’orgoglio perduto a chi marcia al suo fianco.

Negli Stati Uniti e in Europa qualcosa è andato clamorosamente storto. Il centro non tiene, e profonde crepe di violenza e sospetto avanzano dai margini dell’opinione pubblica frantumando il cuore del consenso politico. Personaggi corrotti e senza scrupoli sfruttano la rabbia dei più deboli, di quelli che sono stati imbrogliati e martoriati dall’austerità e dalla disuguaglianza, indirizzando questa rabbia verso gli emarginati e gli stranieri. Opinioni sui musulmani, le donne e i poveri che fino a pochi anni fa sarebbero state impronunciabili oggi vengono discusse ai massimi livelli del dibattito pubblico.

Poco prima della morte di Jo Cox, il leader della campagna per l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, Nigel Farage, ha presentato un manifesto in cui un’orda di rifugiati dalla pelle scura marcia sulla campagna britannica. Questo non è razzismo nascosto: tutti possono vederlo. Ora dobbiamo rispondere. I politici, gli estremisti di internet e i giornalisti che vendono odio non impugnavano l’arma che ha ucciso 49 persone a Orlando né il coltello che ha ucciso Cox, ma hanno creato e sostenuto la logica che ha ispirato gli assassini.

E non c’è nessun altro a offrire una risposta a milioni di persone impaurite, arrabbiate, abbandonate e umiliate dal sistema.

 

Laurie Penny, “Internazionale n. 1159, 24 giugno 2016

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