Aaron Swartz poteva cambiare il mondo

laurie

 

(Laurie Penny, “Internazionale”, 11 marzo 2016, n. 1144)

 

Secondo la leggenda, al termine di uno dei suoi primi concerti il giovane Mozart scoppiò a piangere. Il pubblico aveva appena tributato un applauso fragoroso a quel bambino capace di eseguire sonate con l’abilità di un maestro adulto. Allora perché Mozart piangeva? “Stavano applaudendo solo per me”, disse Mozart al padre. “Non stavano ascoltando la musica”.

 

Mi sono ricordata di questa storia mentre leggevo una raccolta di scritti dell’attivista e genio dell’informatica Aaron Swartz, uscita a gennaio con il titolo The boy who could change the world (Verso).

 

Le leggende metropolitane seguono i bambini prodigio con la stessa puntualità con cui l’Fbi segue i ragazzi che smanettano con i computer. Per alcune delle menti più promettenti del mondo della tecnologia, Swartz sarà sempre l’adolescente brillante che aveva cominciato a programmare e disegnare siti web quando era ancora a scuola. Anche questa raccolta non riesce a fare a meno di romanzare il successo e la morte precoce dell’attivista.

 

Nel 2013, quando si impiccò, Swartz aveva 26 anni, e da due anni era ricercato dall’Fbi. Era accusato di aver copiato centinaia di migliaia di articoli accademici (testi che di solito gli studenti possono consultare solo pagando cifre elevate) attraverso i server del Massachusetts institute of technology. Contrariamente a quanto sostenevano le autorità, copiare un documento non equivale a rubare un mazzo di banconote, per il semplice fatto che il documento originale può ancora essere usato. Eppure Swartz rischiava anni di galera e la fine del suo sogno di lavorare nell’amministrazione pubblica.

 

Come sottolineano gli autori della raccolta, la vita di Aaron era stata plasmata “dalla certezza morale che l’informazione dev’essere condivisa liberamente e gratuitamente”.

 

Swartz era un leader del movimento della cultura libera, un eclettico che aveva guidato e vinto una battaglia globale contro la privatizzazione di alcune parti di internet in base allo Stop online piracy act (Sopa). Avrebbe potuto scegliere una vita ricca e tranquilla nella Silicon valley o magari una carriera accademica.

 

Ma non poteva vivere in un sistema inefficiente e ingiusto. E per questo fu punito.

 

Nel corso della sua breve vita, Swartz non trovò mai un’istituzione che meritasse il suo rispetto e la sua pazienza.

Abbandonò il liceo, l’università di Stanford e i progetti e le startup che non soddisfacevano i suoi criteri di efficienza e chiarezza d’intenti. Provava orrore per i sistemi che non lavoravano come avrebbero dovuto, in qualsiasi ambito. Dalle sue parole (e da quelle scritte da altri su di lui) trasuda un’evidente irritazione nei confronti dell’inefficienza, della burocrazia e della lentezza di pensiero.

 

È facile gestire i bambini intelligenti che fanno quello che gli viene detto. I problemi nascono quando i prodigi cominciano a criticare il sistema in cui gli viene chiesto di operare. In un testo scritto per un blog Swartz citava il discorso di Martin Luther King sull’orgoglio di essere “inadatti” a un sistema ingiusto. Il suo rifiuto di accettare sistemi di pensiero, di organizzazione e di governo difettosi e arcaici lo rese un programmatore e un pensatore ispirato, ma lo fece anche finire nel mirino delle autorità.

 

Non ho mai incontrato Swartz, ma sono amica di molte persone che lo conoscevano bene e ancora oggi soffrono per la sua scomparsa. Credo che la comunicazione non dovrebbe essere ostacolata dagli stati e barattata dalle aziende. Credo che la promessa iniziale di internet di fornire un accesso libero e gratuito all’informazione – che si parli di documenti governativi, riviste accademiche o opere creative – sia qualcosa che dobbiamo proteggere con tutte le nostre forze contro quello che Swartz chiamava “il furto privato della cultura pubblica”. Nel 2008 Swartz scriveva che “non c’è giustizia nel rispettare una legge ingiusta”, e non potrei essere più d’accordo. L’informazione è potere, e c’è chi vuole tenerla tutta per sé.

 

Non bisogna essere particolarmente esperti di leggi sul copyright per riconoscere la meschinità del governo statunitense, che diede la caccia a un giovane vulnerabile profondamente convinto che l’informazione dev’essere libera. Le prossime generazioni ricorderanno Swartz come uno dei primi martiri del movimento per la cultura libera e per la trasparenza, insieme a Edward Snowden, Chelsea Manning, Jeremy Hammond e molti altri. Provo una rabbia profonda nei confronti della stupida crociata del governo statunitense contro i cambiamenti prodotti dall’era dell’informazione, una crociata inutile quanto quella condotta nel cinquecento dalla chiesa cattolica contro i libri stampati.

 

Il movimento per proteggere la libertà di internet dagli interessi dei governi e delle aziende è necessario e attuale. Forse a Swartz non sarebbe dispiaciuto che il suo lavoro fosse usato per un libro come questo. Ma per onorare gli ideali di Swartz e di altri come lui non basta applaudire un prodigio morto troppo presto. Dobbiamo anche ascoltare la musica.

I commenti sono chiusi.