Alle urne per cambiare la Spagna

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Il giorno dopo le elezioni anticipate del 26 giugno, la Spagna continuerà ad avere gli stessi problemi: disoccupazione, precariato, salari bassi, scarsa produttività, speculazione immobiliare, sfratti, tagli all’istruzione e alla sanità, povertà e disuguaglianza in aumento, scarsa sicurezza, corruzione politica, instabilità istituzionale e un conflitto costituzionale con la Catalogna. Se giudichiamo in base alle condizioni dei cittadini e non in base agli indicatori macroeconomici, è evidente che il paese non è affatto uscito dalla crisi.

Le elezioni apriranno nuove prospettive? Dipende dal risultato. Se il modo di fare politica resterà lo stesso degli ultimi anni, la situazione non cambierà. Ma perché emergano nuove soluzioni in grado di stimolare le aziende, migliorare il tenore di vita dei cittadini e rigenerare la democrazia sono necessarie nuove forze.

Senza un rinnovamento politico non ci saranno miglioramenti economici, sociali e istituzionali. Ma ci sono diversi ostacoli sulla strada verso un governo più onesto, efficace e giusto.

La situazione che emerge dai sondaggi è particolarmente complessa. È possibile che l’esito sia diverso da quello delle elezioni del 20 dicembre 2015, perché c’è stato un cambiamento fondamentale. Per la prima volta una forza politica emergente, Unidos Podemos (Up, nato dall’alleanza tra Podemos e Izquierda unida), supera nei sondaggi il Partito socialista (Psoe) in termini di voti e seggi. Nelle intenzioni di voto dirette l’Up è davanti anche al Partito popolare (Pp). Questi dati confermano la crisi dei partiti tradizionali. Anche se gli indecisi sono ancora molti, non sembra che la tendenza generale possa cambiare, a meno che qualcuno non commetta grossi errori nell’ultima parte della campagna elettorale.

Il cambiamento risulta ancora più significativo se osserviamo la distribuzione del voto per età e territorio.

L’Up ha un’ampia maggioranza tra gli elettori sotto i 40 anni. Il nuovo partito moderato Ciudadanos raccoglie consensi nella fascia 35-45 anni. Il Pp è il partito dei pensionati e il Psoe quello dei pensionati del sud. Se il futuro appartiene ai giovani, è facile trarre le dovute conclusioni. L’Up è il primo o il secondo partito (dietro al Psoe) a Barcellona, Madrid e Valencia. Se le previsioni saranno confermate, il 26 giugno segnerà un punto di svolta nella storia politica del paese, non solo per l’entrata in scena di nuovi attori, ma perché un’alleanza tra Up e Psoe avrebbe la maggioranza assoluta, e se i due partiti dovessero rispettare i loro programmi sarebbe possibile un cambiamento radicale nelle politiche di governo. Se invece quest’alleanza non dovesse concretizzarsi si ripeterebbe uno stallo simile a quello degli ultimi mesi.

L’ultimo dibattito televisivo tra i candidati dei quattro partiti ha prefigurato chiaramente la situazione postelettorale.

Il premier Mariano Rajoy (Pp) ha continuato a insistere su una coalizione guidata da lui, puntando sulle dimissioni del leader del Psoe Pedro Sánchez per poi venire a patti con il suo successore. Il leader di Ciudadanos, Albert Rivera, ha menato colpi a destra e a manca (ricorrendo anche alle menzogne, come quando ha detto che il leader dell’Up Pablo Iglesias voleva l’indipendenza della Catalogna e l’uscita dall’euro) per ottenere le dimissioni di Rajoy e un Psoe finalmente libero dalla tentazione di Podemos.

Ma l’aspetto più significativo del dibattito è stata la determinazione con cui Sánchez ha respinto l’idea di un’alleanza con l’Up, smentendo le voci sempre più numerose nel suo partito che chiedono un governo di sinistra. Sánchez spera di mobilitare gli elettori socialisti facendogli capire che non hanno alternative, ma sa anche che i poteri forti all’interno e all’esterno del suo partito non vogliono una coalizione con l’Up.

Se, come suggeriscono i sondaggi, il Pp e Ciudadanos si manterranno sugli stessi livelli delle ultime elezioni o perderanno qualche voto, il Psoe perderà voti e seggi e l’Up arriverà intorno al 24 per cento, i rapporti di forza delineeranno uno scenario inedito. Il Psoe non vuole scendere a patti con Up perché non intende sottomettersi a chi lo sta sostituendo a sinistra, mentre una coalizione tra Ciudadanos e il Pp o il Psoe non avrebbe una maggioranza sufficiente. Per il momento Sanchez non può rinunciare all’impegno di non sostenere il Pp.

Tutti i partiti dicono di non volere tornare alle urne per la terza volta in pochi mesi. E allora? Forse si potrebbe ipotizzare un governo di minoranza del Pp che ottenga la fiducia mediante l’astensione del Psoe e di Ciudadanos, ma anche in questo caso l’opposizione dell’Up e dei partiti nazionalisti renderebbe la vita impossibile al governo.

Quindi esistono solo due opzioni praticabili: un’alleanza tra Up e Psoe o la grande coalizione tra popolari e socialisti voluta dai poteri forti, magari sacrificando Sánchez e forse anche Rajoy. Questa coalizione stabilizzerebbe il governo, ma non una società mobilitata e determinata nelle sue rivendicazioni. L’alternativa non è tra riforma e rottura, ma tra immobilismo e democrazia reale.

 

Manuel Castells, “Internazionale n. 1159, 24 giugno 2016

 

 

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