Per i britannici l’Europa è il male minore

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Brexit è una parola brutta e imbarazzante per un dibattito brutto e imbarazzante.

 

Dopo mesi di brutte dichiarazioni in malafede da parte di pessimi individui che alimentano paura e confusione pensando solo alle loro carriere politiche, non ho nessuna voglia di parlare di questo argomento.

 

E invece sono qui a cercare di convincere i britannici a votare per restare nell’Unione europea, anche se preferiremmo tutti starcene in casa a guardare il vuoto finché il vuoto non ricambierà lo sguardo. Almeno questo è quello che vorrei fare io. Invece il 23 giugno mi trascinerò fuori di casa, perché più di ogni altra cosa non voglio restare bloccata su quest’isola insieme a Boris Johnson.

 

Potrei raccontarvi una storia sull’Europa che gonfi le vele del vostro cuore, vi spinga verso le urne in un giorno di sole con il vento che soffia nella giusta direzione.

 

Potrei raccontarvi una storia di nobili cause, di unità attraverso i confini e le culture, di ideali sognati sulle rovine di due guerre mondiali, ma questi ideali stanno bruciando nelle banlieues  di Parigi e stanno annegando nel Mediterraneo.

 

La verità è molto più noiosa e deprimente: l’Unione europea, come il governo britannico, è un’istituzione strutturalmente antidemocratica, amministrata in base agli interessi del mondo degli affari. E la verità ancora più terribile è che in questo momento è la nostra opzione migliore.

 

Ecco cosa significa oggi scrivere commenti politici.

 

Dobbiamo incoraggiare la gente a scegliere il male minore per evitare un disastro immediato. Lasciare l’Europa senza avere un piano per il futuro sarebbe estremamente stupido anche se il nostro paese non fosse governato dai conservatori più incompetenti della storia recente.

 

Il motivo per cui nessuno nei due schieramenti riesce ad offrire una storia positiva è che in questo momento non esistono storie positive da offrire. Definire quello che sta succedendo in Europa un “deficit democratico” è come definire una ferita sanguinante al petto “solo un graffio”. I danni causati alla politica da decenni di imbrogli neoliberisti e dirottamento del potere verso un centro sottratto al controllo democratico sono profondi e sistemici. Uscire dall’Unione europea non servirà a ripararli. Ma nemmeno un’Unione che sembra determinata a spingere la Grecia verso il fascismo ci riuscirà.

 

In questo referendum la speranza è fuori questione.

 

In sua assenza, entrambi gli schieramenti hanno puntato tutto sulla paura. Chi gioca per uscire dall’Unione ha dalla sua il fattore campo della xenofobia, un ritornello difficile da togliere dalla testa degli elettori.

 

È una campagna così falsa e chiaramente basata sui peggiori impulsi di quella parte della popolazione a cui si rivolge che scegliere Nigel Farage come uomo di punta sembra un’idea sensata. Non c’è nessun eroismo in nessuna delle parti di questo orrendo dibattito, nessuna passione oltre i rilessi condizionati del panico e del pregiudizio. È un avanspettacolo imbarazzante scritto da gente senza talento in piccole stanze buie.

 

Potete costringerci a guardarlo, ma non potete costringerci ad applaudire.

 

Il Regno Unito è nel caos politico.

 

Pensate a una persona psicologicamente instabile, completamente ubriaca e impasticcata che urla ai turisti in mezzo alla strada, prima di sedersi con la testa tra le gambe e dire piangendo che nessuno sa più cosa fare della vita. Ora immaginate di chiedere a questa persona di prendere sul momento una decisione importante.

 

Questo è il referendum sull’uscita dall’Unione europea. Il popolo britannico ha il diritto di esprimersi, ma forse prima sarebbe meglio bere un po’ d’acqua e pensarci su, perché siamo stanchi di slogan e attacchi politici e abbiamo la certezza, quella strisciante certezza che arriva dopo una nottata piena di decisioni sbagliate, che la mattina dopo staremo malissimo. E non saremo gli unici a stare male. Un’uscita del Regno Unito dall’Unione – scusate, ma mi rifiuto di scrivere quell’insopportabile neologismo più dello stretto necessario – danneggerebbe milioni di cittadini europei che vivono nel nostro paese e gli 1,3 milioni di britannici che si sono trasferiti in un altro paese europeo.

 

I britannici dovrebbero avere più controllo sul modo in cui è amministrato il loro paese? Assolutamente sì. Ma questa scelta non figurerà sulle schede del referendum.

 

È comprensibile desiderare qualcosa di più di questa umiliante giustificazione della realpolitik. Penso di parlare a nome di molti britannici esasperati quando dico che non voglio separarmi dall’Europa, ma dalla modernità. Voglio uscire da un sistema rappresentativo che ha smesso da un pezzo di rappresentare la volontà popolare. Il 23 giugno voterò per restare nell’Unione, e chiunque abbia a cuore la salute e la sicurezza dei suoi amici e vicini dovrebbe fare lo stesso.

 

Ma non andrò a votare con passo deciso e il cuore gonfio di gioia, e nessuno è obbligato a farlo.

 

Laurie Penny, “Internazionale” n. 1158, 17 giugno 2016

 

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