Com’è bello il computer nell’opera

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Nel greco antico “techné” era il termine che designava arte, abilità e destrezza in ogni professione. Rimandava alla figura del demiurgo e dell’artefice che sviluppano un’attività creatrice, una sorta di divinità intermedia tra il mondo degli dei e quello dell’umano. Progressivamente è diventato un termine sempre più laico e svincolato da ogni riferimento al divino. S’impone progressivamente l’indispensabile coscienza di una tecnica capace di controllare il gesto creativo. Se la manualità rappresenta la prova evidente di un artefatto realizzato sotto i colpi spontanei del “furor”, sempre più nell’arte occidentale nel corso dei secoli s’è spinta verso la tecnologia come protesi di completamento dell’opera d’arte. Sempre al servizio di un’irripetibilità garantita dal lavoro manuale dell’artista.

 

Già nel Rinascimento nella ricerca tridimensionale di una nuova spazialità entrano in gioco macchine ottiche per applicare i canoni di simmetria, proporzione e armonia della costruzione prospettica. Gli artisti fiamminghi non si accontentano della manualità tutta intuitiva nell’elaborare la nuova forma simbolica del proprio tempo, ma utilizzano strumenti ottici che correggono e sistemano lo sguardo fisiologico. Un’apertura inedita in termini di osservazione sperimentale, non più garantita da una preventiva conoscenza della realtà. Sono un uomo di “sperentia”, diceva di sé Leonardo Da Vinci. Senza parlare di Bracelli che dipingeva dei veri e propri robot animati.

 

Sempre più l’arte diventa un’esplorazione della natura e attraverso gli apparati della tecnologia si sottrae al puro ambito dell’intuizione e accetta le suggestioni di una realtà in continua trasformazione. Il progresso tecnologico scardina la visione romantica dell’arte e accetta le suggestioni provenienti dalla rivoluzione industriale.

 

L’impressionismo e il post impressionismo sono i movimenti che intuiscono l’avvento della società di massa e il bisogno della comunicazione. La nascita della fotografia e del cinema segnano il superamento della unicità dell’opera e l’avvento di una riproducibilità che scardina il valore dell’aura, come teorizza Walter Benjamin ne “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”. La protesi tecnologica fomenta sempre più la strategia di un’arte che coniuga cultura alta e quella bassa. Sono le avanguardie storiche del Futurismo, Dadaismo, Surrealismo, Costruttivismo e Bauhaus che accelerano nei loro elaborati teorici e creativi l’impiego della tecnologia. Depero, Man Ray, Moholy-Nagy spingono l’arte fuori da ogni specifico nella felice contaminazione di diversi linguaggi. Andy Warhol con la Pop Art usa il cinema, la polaroid e la serigrafia introducendo un carattere d’impersonalità, oggettività e neutralità all’immagine, propri di questi mezzi tecnologici. Tinguely realizza macchine che sono veri e propri corpi animati. L’arte cinetica e programmata con Bruno Munari, Vasarely, Gianni Colombo, Le Parc e Biasi creano apparati che mimano l’energia e le strutture elementari della vita. Così si arriva all’arte concettuale che abbandona ogni espressività soggettiva e permette a Nam June Paik e Bruce Nauman di arrivare alla video arte e agli ologrammi. La pittura ritrova un rinnovato slancio attraverso un uso colto della protesi tecnologica con Bill Viola che assume nello spazio liquido del video l’iconografia dell’arte antica, o con David Hockney che crea un’estetica dell’iPad. Prevale un interscambio visivo e sonoro tra apparati sempre meno inanimati e sempre più umanizzati in un fantasioso dialogo, come in Gary Hill e Tony Oursler, o in Kentridge che contamina disegno e animazione digitale.

 

La digitalizzazione dell’arte spinge più verso un’interattività capace di coinvolgere il pubblico a completamento dell’opera. La tecnologia si fa foriera di una comunicazione che include un senso del gioco ed anche messaggi sociali. Il computer e la web art segnano l’approdo ad una robotistica creativa, una fruizione allargata fino al selfie, che vaporizza ogni esemplarità dell’immagine in un universo tecnologico che trova, in un’epoca di disumanizzazione come la nostra, una sua paradossale umanizzazione.

 

Achille Bonito Oliva, la Repubblica, domenica 29 novembre 2015

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