Il confine sottile tra animale e persona

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Scimmie che controllano un braccio robotico con il pensiero. Polli nati con un pezzo di cervello di quaglia. Cervelli di ratto sincronizzati tramite computer. A giugno all’Institute for research in cognitive science di Filadelfia, tra tazze di caffè e cibo vegetariano, si è discusso per due giorni delle imprese più straordinarie della neuroscienza. Martha Farah, neuroscienziata cognitiva dell’Università della Pennsylvania, ha riunito alcuni scienziati,f ilosofi e autorità per sviscerare le implicazioni morali che riguardano gli animali coinvolti negli studi.

 

“Le neuroscienze stanno ridisegnando i confini convenzionali tra creature, organi e tessuti, tra macchine e animali, tra una specie e gli incroci”, ha spiegato Farah. “Abbiamo deciso di confrontarci su come i progressi neuroscientifici relativi al mondo animale sollevino questioni etiche nuove o da ripensare”.

 

Da anni il benessere degli animali è oggetto di dibattito, e alcuni casi recenti hanno portato il tema in primo piano. Nel 2015 negli Stati Uniti, dopo le pressioni di attivisti e del congresso, i National Institutes of Health (un’agenzia governativa per la ricerca biomedica) hanno interrotto la ricerca sugli scimpanzé e mandato gli animali in parchi protetti.

 

L’organizzazione non profit Nonhuman rights project ha mosso un’azione legale per liberare alcuni scimpanzé in

cattività. Il documentario Unlocking the cage racconta i tentativi dell’organizzazione, finora vani, di raggiungere quella che il suo presidente Stephen Wise definisce “transustanziazione legale”. Se i giudici si pronunciassero a favore del gruppo, “l’animale non umano uscirebbe da quelle aule di tribunale identico, ma il suo stato giuridico cambierebbe per sempre”, spiega Wise.

 

Questo cambiamento poggerebbe sulla difficile definizione di “personalità”. Per la legge, il concetto di persona è distinto da quelli di essere umano e di oggetto e contiene implicazioni importanti ai fini dello stato giuridico, morale e psicologico. “È più un titolo onorifico che un termine scientifico”, dice la filosofa Kristin Andrews, della York University di Toronto. “Significa: un animale che merita rispetto”.

 

Quando si tratta di animali, spesso il dibattito verte intorno a quelli con abilità cognitive riconosciute, come delfini, elefanti, scimpanzé. All’incontro di Filadelfia si è discusso degli elementi che permetterebbero di attribuire la personalità a un animale.

 

L’uso di utensili, la lingua, la pianificazione del futuro sono la dimostrazione di una personalità?

 

Alcune definizioni si fondano su requisiti così severi da escludere certi esseri umani, come i bambini o chi ha deficit cognitivi. Secondo una di queste, le persone devono essere razionali, consapevoli e pienamente capaci di agire moralmente, cosa difficile per chi ha meno di sette anni. Secondo Farah, lo studio del cervello può darci degli indizi. Gli animali intelligenti potrebbero avere caratteristiche che ricordano il cervello umano, come la presenza di componenti sofisticate quali le cellule fusiformi.

 

Non si capisce, però, come si manifestino nel cervello particolari stati o tratti psicologici.

 

 

Nostri simili

La linea di demarcazione tra una persona e una non persona si fa ancora più confusa se si considera che attraverso l’ingegneria genetica e gli esperimenti chimerici ora si possono dotare gli animali di caratteristiche nuove. A giugno i ricercatori giapponesi hanno mostrato al pubblico delle marmosette modificate con un gene umano mutato che causa il morbo di Parkinson.

 

Nel 2014 sono stati creati topi superintelligenti con cellule umane nel cervello. All’incontro si è ipotizzato che avere un pizzico di dna umano potrebbe accrescere lo status morale, ma è difficile stabilire dove sia il confine. Di fronte alla difficoltà di definire cos’è una persona, forse ci si potrebbe accontentare di un compromesso invece d’inseguire la definizione perfetta. Anche senza considerarli persone a tutti gli effetti, si potrebbe considerare gli animali “quasi persone” o almeno creature con una certa moralità, così da concedergli diritti in base a capacità e intelligenza. “Se essere senzienti conferisce uno status morale, ma solo una persona ha diritto a uno status morale pieno, gli animali senzienti si trovano a metà tra le persone e gli oggetti”, dice David De Grazia, filosofo della George Washington University. “Credo che una definizione simile sia più accettabile”.

 

Aviva Rutkin, New Scientist, Regno Unito, “Internazionale” n. 1162, 15-07-16

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