Il fallimento del glifosato

parigi

 

(Le Monde, Francia, “Internazionale”, 10 giugno 2016, n. 1157)

 

Il glifosato è un po’ come gli istituti finanziari statunitensi durante la crisi del 2008: too big to fail, troppo grande per fallire. Il principio attivo dell’erbicida Roundup è il pesticida più usato al mondo. Creato una quarantina d’anni fa dalla Monsanto, è diventato la base del modello agricolo dominante. Oggi se ne consumano 800mila tonnellate all’anno. Il glifosato è ovunque. È il prodotto chimico di sintesi più frequentemente rilevato nell’ambiente e il principale responsabile del declassamento delle fonti idriche in Francia.

 

Ma anche se è too big to fail, il glifosato è comunque sull’orlo del fallimento. Nel marzo del 2015 l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro lo ha classificato come “probabilmente cancerogeno” per gli esseri umani, proprio quando l’Unione europea voleva rinnovare l’autorizzazione alla sua commercializzazione. La reazione della società civile ha sorpreso tutto il mondo politico, a Bruxelles e nelle capitali europee.

 

La Commissione europea pensava che per decidere il futuro del glifosato sarebbe bastato un semplice comitato tecnico. Non è andata così.

 

Per tre volte non è stata raggiunta la maggioranza qualificata necessaria a rinnovare l’autorizzazione per 15 o 9 anni. Il 6 giugno è stata bocciata anche una proroga di 18 mesi. Francia, Germania, Italia, Grecia e Portogallo si sono astenuti, sotto la spinta di un’opinione pubblica sempre più sensibile ai danni provocati dall’abuso di prodotti fitosanitari. Ma c’è da dubitare che questi governi siano davvero preoccupati per l’ambiente e la salute.

 

Per eliminare il glifosato senza sostituirlo con prodotti altrettanto dannosi serve un profondo rinnovamento del modello agricolo dominante, un progetto serio che permetta agli agricoltori di fare a meno di questo erbicida miracoloso. Invece i governi europei non hanno previsto nulla del genere e si aspettano che Bruxelles si assuma la responsabilità di una decisione che accetterebbero senza problemi. Così si rischia di rafforzare ulteriormente la sfiducia che circonda l’Unione e spinge i paesi europei a chiudersi in se stessi.

 

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