Il fascismo ha un futuro

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(Pankaj Mishra, “Internazionale”, 10 giugno 2016, n. 1157)

 

Alle elezioni presidenziali austriache quasi metà degli elettori ha votato per il candidato di un partito fondato da ex nazisti. La politica della paura ha chiaramente trionfato nell’Assam, uno stato nel nordest dell’India, dove il Bharatiya janata party (Bjp) del primo ministro Narendra Modi ha conquistato per la prima volta il potere con un programma esplicitamente xenofobo. Un’inchiesta aveva mostrato nuove prove del coinvolgimento del Bjp nel massacro dei musulmani compiuto nello stato del Gujarat nel 2002, ma ormai scandali di questo tipo non sono più un problema per gli elettori. Rodrigo Duterte, che a maggio è stato eletto presidente delle Filippine, probabilmente è stato premiato per il suo aperto sostegno agli squadroni della morte. E anche negli Stati Uniti, la più antica democrazia del mondo, c’è un candidato alla presidenza che difende la tortura. L’opinionista neoconservatore Robert Kagan, che un tempo voleva esportare la libertà e la democrazia statunitense con la forza, oggi denuncia la minaccia del “fascismo” nel suo paese.

 

Tutte le promesse di non ripetere mai più le esplosioni di odio politico del novecento sono messe in discussione da milioni di elettori arrabbiati. La tentazione di disprezzarli può essere irresistibile: possibile che questi ingenui non abbiano imparato niente dal passato?

 

Dopo tutto, quasi ogni mese esce un libro o un film sulle conseguenze catastrofiche della marcia su Roma di Mussolini, dei raduni nazisti a Norimberga e della rivoluzione culturale di Mao. Ma la recrudescenza globale del fascismo dovrebbe suscitare domande più scomode: di cosa parliamo quando parliamo di fascismo? I democratici occidentali, convinti che il fascismo riguardi solo gli altri paesi, hanno davvero imparato qualcosa dalla storia? Per loro è facile dire che Mao era un crudele megalomane, ma sanno spiegare perché quell’esplosione di rabbia contro i rappresentanti dell’autorità sia stata, almeno all’inizio, sostenuta da milioni di giovani cinesi?

 

Durante la guerra fredda non solo i neoconservatori ma anche molti progressisti occidentali costruirono la loro identità attraverso il confronto con un’immagine semplicistica della malvagità degli avversari. Quest’immagine si rafforzò nel 1991 con il crollo dell’Unione Sovietica. Nemmeno la pulizia etnica compiuta nel cuore dell’Europa dal presidente serbo Slobodan Milošević, che aveva un sincero sostegno popolare, scosse la convinzione che la demagogia violenta esista solo altrove. Un’espressione superficiale come “islamofascismo”, ampiamente circolata dopo l’11 settembre, faceva sembrare il fascismo l’ideologia di un gruppo di fanatici nelle caverne dell’Afghanistan e non un fenomeno di massa squisitamente moderno. Associare il fascismo a un pugno di “cattivi” e descrivere i suoi sostenitori come vittime di manipolazioni non aiuta certo a capire perché e come la politica di massa abbia già travolto le istituzioni democratiche in vari paesi e potrebbe farlo di nuovo.

I demagoghi hanno sempre preso il potere proponendo non il dispotismo, ma un nuovo rapporto tra governanti e governati. Hanno colto il radicato bisogno di un nuovo tipo di leadership sincera e attenta e di un maggiore coinvolgimento delle masse in politica. E’ così che i regimi nazista, fascista e sovietico convinsero molte persone normali che potevano fare qualcosa di straordinario. L’entusiastica risposta delle masse rafforzò nei leader l’idea di poter risolvere problemi che le altre élite non erano in grado di affrontare.

 

Come sappiamo tutti,finì male. Ma per lungo tempo quei demagoghi diedero risposte innovative a quel malcontento che i politici tradizionali avevano trascurato.

 

Promettendo azioni sovrumane, derisero i sistemi economici e politici che non erano stati in grado di comprendere fino a che punto un numero sempre maggiore di cittadini si sentisse solo e impotente. “E’ come se”, scriveva Hannah Arendt nelle Origini del totalitarismo, “l’umanità si fosse divisa tra quelli che credono nell’onnipotenza umana (ritenendo che tutto sia possibile purché si sappia come organizzare a tal scopo le masse), e quelli per cui l’impotenza é diventata la maggior esperienza della loro vita”. Oggi queste parole suonano familiari, perché molte persone in tutto il mondo rispondono al proprio senso d’impotenza abbracciando la demagogia politica.

 

All’inizio degli anni novanta il filosofo statunitense Allan Bloom contestò con lungimiranza l’idea trionfalistica secondo cui il capitalismo liberale aveva sepolto il fascismo e il totalitarismo. “Qualora si dovesse cercare un’alternativa”, scriveva Bloom, “non c’è altro luogo dove cercarla. Mi permetto di suggerire che il fascismo ha un futuro, per non dire il futuro”. In troppe parti del mondo quel futuro è ormai arrivato. Per chi crede negli ideali della democrazia l’unica scelta possibile è osservare il fascismo senza autocompiacimento, facendo particolare attenzione a come si alimenta delle frustrazioni che da tempo covano nei confronti della democrazia odierna.

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