Gli Stati Uniti somigliano sempre di più all’Europa

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Ivan Krastev

 

Di questi tempi per molti europei andare negli Stati Uniti è come atterrare su Marte. Neanche i più raffinati analisti politici riescono a farsi un’idea di quello che sta succedendo nel paese. Sono sconcertati dall’ascesa di Donald Trump, interdetti dal fascino esercitato dal socialismo di Bernie Sanders sui giovani elettori e confusi dalla politica estera prudente e poco idealista di Barack Obama.

 

Personalmente non condivido questo smarrimento. Osservando la rabbia della classe media, l’arroganza e l’impopolarità delle élite, il diffuso scetticismo sull’efficacia della forza militare e la dilagante paura del futuro, forse per la prima volta sento di comprendere esattamente quello che succede negli Stati Uniti.

 

Prendete la campagna elettorale di Trump, che consiste soprattutto nell’urlare le cose più folli e vili. Il suo successo, che riesce a far apparire perfino Ted Cruz un politico normale, è sconcertante per molte persone, sia negli Stati Uniti sia all’estero, abituate a vedere i politici statunitensi bilanciarsi tra il populismo becero e una rispettabile normalità. Finora il centro aveva sempre tenuto.

 

Ma Trump si sentirebbe a casa sua in Europa. Qui i partiti tradizionali messi insieme faticano a ottenere il cinquanta per cento dei voti alle elezioni. A conquistare gli elettori sono i proclami viscerali fondati sul risentimento politico. Quando entro in un caffè a Sofia, a Varsavia o ad Amsterdam, sento donne e uomini che parlano di espellere gli stranieri, vietare l’ingresso ai musulmani e costruire muri per difendere i confini.

 

Queste opinioni sono condivise da tutti quelli che si sentono minacciati dalla perdita di potere politico e dalla rapida erosione della loro ricchezza. Si sentono traditi dalla rivoluzione demografica in corso in tutto il mondo, che minaccia di renderli minoranze nel loro stesso paese. La rozza franchezza di Trump e la sua inarrivabile capacità di manipolare i mezzi d’informazione ricordano a tal punto lo stile di Silvio Berlusconi che a volte mi chiedo se l’ex cavaliere non lo stia segretamente consigliando.

 

Anche Bernie Sanders dovrebbe risultare familiare in Europa. La maggior parte dei giovani europei che conosco considera il capitalismo un sistema falsato e ingiusto. Per loro il socialismo, e non solo la socialdemocrazia neoliberale, non è una parolaccia. Si considerano penalizzati dallo status quo, e molti invocano apertamente una rivoluzione (anche se, fortunatamente, di tipo non violento). Per loro il conflitto generazionale è la nuova versione della lotta di classe dei loro genitori e nonni.

 

In Grecia, Spagna e Portogallo quasi la metà dei giovani è disoccupata. Questi ragazzi considerano la globalizzazione un disastro e disprezzano l’idea di libero scambio.

 

E sebbene Sanders non sia né Jean Jaurès né Lev Trotskij – personalmente lo trovo emozionante come un sandwich al cetriolo – per buona parte di questa nuova sinistra radicale statunitense ed europea la sua mancanza di carisma è un ulteriore segno di integrità e autenticità.

 

Neanche la svolta realista di Obama in politica estera mi stupisce. Il presidente statunitense dice di aver buttato via il “libro delle regole di Washington”, e questo ha sorpreso e spaventato gli alleati europei degli Stati Uniti. La famosa massima di Obama, “non fare stupidaggini”, in realtà è il principio fondante della politica estera dei paesi europei già da molti anni. Obama sta solo esplicitando qualcosa di cui siamo consapevoli da tempo: la politica estera degli Stati Uniti si sta facendo sempre più prudente, sempre più europea. Gli statunitensi non vengono più da Marte, e gli europei non vengono più da Venere, come diceva Robert Kagan. Forse siamo tutti insieme su Saturno, a cercare di evitare che tutta questa confusione impolveri i nostri splendidi anelli.

 

Se c’è qualcuno che in questo momento non riesce a capire gli Stati Uniti sono gli statunitensi stessi. Non capiscono che il loro paese sta rapidamente diventando “normale” e non riescono ad accontentarsi del benessere economico e di uno splendido isolamento geopolitico. “Il nostro destino come nazione è stato quello di non avere ideologie, ma di esserne una”, ha detto una volta lo storico statunitense Richard Hofstadter.

 

Paragonandosi agli europei, gli statunitensi si vantavano del fatto che certe cose “qui non possono succedere”. Si consideravano immuni alle patologie della democrazia. Ma dopo anni di polarizzazione politica e governo bloccato, gli statunitensi sono ancora convinti che la loro democrazia non possa essere sovvertita?

 

Ora che vedono con i loro occhi la “normalizzazione” degli Stati Uniti, molti europei cominciano ad avere nostalgia per quell’America che non avevano mai davvero capito. Un paese con le sue imperfezioni, ma anche le sue promesse, più ambizioso e meno ambivalente.

 

Cominciamo già a sentirne la mancanza.

 

“Internazionale”, 29 aprile 2016, n.1151

 

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