I partigiani perduti

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In Italia il 25 aprile si celebra l’anniversario della liberazione dal fascismo. Il 25 aprile del 1945 i partigiani liberarono Milano e Torino, città industriali del nord, dalle truppe di Hitler e da quelle rimaste fedeli a Mussolini dopo che le forze alleate avevano preso il controllo di buona parte del paese. Tre giorni dopo, in un umiliante epitaffio del ventennio, i partigiani catturarono e misero a morte Mussolini e i suoi uomini, per poi appenderli per i piedi a piazzale Loreto.

 

Il 25 aprile è una festa patriottica che celebra le gesta di una minoranza armata. La festività fu introdotta nel 1946, mentre il Comitato di liberazione nazionale (Cln), composto tra gli altri dai rappresentanti della Democrazia cristiana (Dc), del Partito socialista (Psi) e del Partito comunista (Pci), cercava d’identificarsi con i valori universali di libertà, democrazia e unità nazionale. In questo senso è significativo che la festa della liberazione ricorra nel giorno in cui il Comitato di liberazione nazionale alta Italia (Clnai) proclamò l’insurrezione in tutti i territori ancora occupati dai nazifascisti, non nella data della liberazione finale del territorio italiano da parte degli alleati.

 

Tuttavia, anche se i partiti del Cln sostenevano di rappresentare “un intero popolo in armi”, esclusi gli ultimi lealisti del regime fascista (considerati burattini della Germania e non veri patrioti), il 25 aprile non è mai davvero riuscito a essere un simbolo di unità nazionale. Non solo perché i battaglioni residui dell’estrema destra celebrano ancora oggi le loro commemorazioni nella cittadina natale di Mussolini, Predappio, ma anche perché nella cultura popolare la resistenza è stata sempre identificata principalmente con il Partito comunista italiano.

 

I presidenti della repubblica e quelli del consiglio continuano a celebrare il 25 aprile 1945 come momento fondante della democrazia italiana, ma le manifestazioni organizzate per la ricorrenza rappresentano soprattutto quella politica che non è mai riuscita a modellare la repubblica italiana nel dopoguerra.

 

 

 

Cardine anticomunista

 

 

Anche se il 60 per cento dei partigiani combatté nelle unità organizzate dal Pci, i comunisti condividevano la leadership politica del Cln con democristiani, liberali, socialisti e altri. E mentre la mobilitazione antifascista sfociava nella fondazione di una democrazia parlamentare, le vecchie élite trovarono subito il modo di riaffermare il controllo dello stato. Certo, dopo la liberazione i partiti del Cln governarono l’Italia insieme, scrivendo una nuova costituzione e fondando una repubblica, ma nel maggio del 1947 le pressioni legate alla guerra fredda costrinsero il Pci a uscire di scena. Nel 1946 il leader comunista Palmiro Togliatti, ministro della giustizia, nel tentativo di pacificare le tensioni sociali aveva voluto un’amnistia che riguardava anche i fascisti. Ma quando la sinistra fu emarginata, i partigiani stessi diventarono il bersaglio di processi politici istruiti da ex fascisti nella magistratura e nella polizia.

 

La distanza tra i combattenti partigiani e l’establishment del dopoguerra era evidente già il 25 aprile del 1947, quando si sciolse la seconda forza tra quelle che avevano contribuito alla resistenza, il Partito d’azione, formato da repubblicani e socialisti.

 

La controffensiva anticomunista dopo la liberazione raggiunse l’apice il 14 luglio del 1948, con l’attentato contro Togliatti. Il gesto, compiuto da un militante di estrema destra, scatenò non solo uno sciopero generale, ma nei giorni successivi spinse molti ex partigiani a riprendere le armi e occupare i luoghi di lavoro e i commissariati di polizia.

 

I leader del Pci temevano lo scoppio di una guerra civile come in Grecia, dove i sostenitori del re aiutati dai britannici avevano massacrato i partigiani comunisti dopo il 1945. Il Partito comunista italiano riuscì a tenere a freno i suoi esponenti più avventuristi, e con l’ingresso dell’Italia nella Nato, nel 1949, la speranza che la resistenza sfociasse in una rivoluzione svanì rapidamente. Il Pci, principale partito della resistenza, era condannato a mantenere un rapporto ambivalente con lo stato nato dopo il 25 aprile, di cui aveva contribuito a scrivere la costituzione. Secondo partito del paese – fino al suo scioglimento nel 1991 ha oscillato tra il 22 e il 34 per cento dei voti – il Pci non andò mai al potere a causa della posizione strategica dell’Italia nel blocco occidentale, e questo nonostante gli sforzi di Enrico Berlinguer, che negli anni settanta cercò di raggiungere un “compromesso storico” con la Democrazia cristiana.

 

Anche se il 25 aprile è ancora contrassegnato da manifestazioni che chiedono di mantenere la promessa della costituzione di “una repubblica democratica fondata sul lavoro”, per quarant’anni lo stato italiano si è basato soprattutto sul dominio strutturale della Democrazia cristiana, il cardine anticomunista di tutti i governi italiani fino alla caduta del muro di Berlino. La Democrazia cristiana aveva collaborato con i comunisti all’interno del Cln e poi nel governo tra il 1943 e il 1947, ma il suo contributo militare alla resistenza era stato esiguo e nell’anniversario del 25 aprile enfatizzò sempre il ruolo dell’esercito statunitense nella liberazione dell’Italia.

 

 

 

 

La centralità dei lavoratori

 

 

Non c’è dubbio che la guerra partigiana sia stata meno importante per l’identità democristiana.

 

La Dc – un “partito pigliatutto”, composto da diverse correnti, ma anche con chiare posizioni anticomuniste – aveva tendenze più di destra che dipingevano la resistenza come un movimento sanguinario e ininfluente per il successo dell’operazione di liberazione degli alleati. Per questo, mentre la coesione interna della Dc e il suo potere politico ai tempi della guerra fredda si basavano sulla sua opposizione binaria al Pci, per i comunisti lo strumento d’affermazione della propria legittimità democratica è sempre stato la commemorazione della loro storia patriottica e non settaria nella guerra contro il nazismo.

 

Tutto questo nasceva dalla strategia della resistenza: la classe operaia guidata dai comunisti aveva avuto un ruolo fondamentale nella mobilitazione della lotta patriottica, ma come chiarì Togliatti in una circolare del 1944, i partigiani comunisti che riuscivano a imporre l’autorità del Cln nei vari centri avevano il divieto di “imporre trasformazioni sociali e politiche in senso socialista o comunista”, anche se si fossero trovati nella condizione di agire autonomamente.

 

Il Pci si era impegnato a sostenere una causa antifascista comune e non intendeva imporre la propria autorità sul paese.

 

Il partito usò la mobilitazione di massa per assicurarsi un posto al tavolo istituzionale, ma non voleva rendere ostili le altre forze democratiche. La stampa comunista del periodo tra il 1943 e il 1945 (e poi la mitologia di partito) interpretava anche gli aspetti della resistenza più segnati dalla lotta di classe – gli scioperi di massa, l’occupazione dei terreni, la renitenza alla leva – in termini “patriottici”, come fossero un contributo della classe operaia al movimento progressista nazionale più che un’affermazione degli interessi anticapitalisti dei lavoratori.

 

È stata questa combinazione di patriottismo, democrazia e senso della centralità dei lavoratori per la ricostruzione nazionale a creare la promessa costituzione di una “repubblica fondata sul lavoro”. Con lo stesso spirito produttivista, partecipando alla coalizione del 1945-1947 il Pci aveva avallato il congelamento degli stipendi e aveva frenato gli scioperi, per ricostruire più velocemente l’industria italiana.

 

Detto questo, anche se il Pci presentava la sua “via italiana al socialismo”, graduale e centrata sulle istituzioni, come un’estensione del pensiero di Antonio Gramsci, all’atto pratico ha sempre avuto la tendenza a ribaltare l’idea gramsciana di egemonia, come sottolineò il leader socialista Lelio Basso in un articolo pubblicato nel 1965 su Critica marxista.

 

“Nonostante la partecipazione preponderante del movimento operaio, furono i nostri avversari che riuscirono a egemonizzare la resistenza”, scriveva Basso. “L’unità nazionale o antifascista aveva un senso in vista del puro obiettivo di vincere la guerra, ma all’interno di esso avrebbe dovuto esistere, come fattore dinamico e propulsivo, una più ristretta unità di classe per gli obiettivi dell’immediato dopoguerra. Solo in questo modo il movimento operaio avrebbe potuto realmente egemonizzare la lotta di liberazione, se egemonizzare un movimento vuol dire imprimergli il proprio spirito, il proprio suggello, la propria volontà, i propri obiettivi, la propria ideologia”.

 

Al tempo della pubblicazione dell’articolo di Basso, la strategia del Pci per una “democrazia progressista” in graduale espansione aveva cominciato a sembrare vuota, e l’impegno del partito a rispettare la legalità repubblicana si scontrava con la sua riduzione a partito di opposizione, dovuta alla guerra fredda.

 

La Democrazia cristiana regnava incontrastata e l’estrema destra era in crescita, con il presidente del consiglio Fernando Tambroni che, nel 1960, ottenne la fiducia grazie ai voti dei fascisti del Movimento sociale italiano (Msi) e con il tentativo provocatorio da parte dello stesso Msi di organizzare quell’anno un congresso nell’antifascista Genova. La mobilitazione dell’estrema destra fu fermata da violente proteste, ma la “repubblica democratica fondata sul lavoro” non stava certo rispettando le promesse della resistenza.

 

La fine del sogno comunista di una democrazia progressista coincise con grandi cambiamenti all’interno della classe operaia, in un momento in cui gli elevati tassi di crescita industriale nell’Italia del “miracolo economico” degli anni cinquanta e sessanta attiravano masse di lavoratori dal sud arretrato verso le fabbriche del nord.

 

Emarginati dal classico movimento operaio e vittime di una sorta di discriminazione razziale, questi lavoratori furono al centro dell’attenzione della nuova sinistra che negli anni sessanta si affermò anche grazie all’impasse del Pci. Questa categoria di lavoratori, giovani e provenienti da un sud poco coinvolto nella resistenza, era culturalmente agli antipodi rispetto ai più anziani e qualificati operai del nord, per i quali gli scioperi antifascisti del 1943 avevano rappresentato un momento chiave di orgoglio di classe e di memoria collettiva. La letteratura autonomista e operaista dell’epoca, in rottura con le preoccupazioni retoriche del Partito comunista, si distingueva per lo scarso interesse verso la storia della resistenza: il 25 aprile era considerato una festa comunista legata alla politica patriottico-istituzionale, distante dagli interessi dei lavoratori che voleva influenzare.

 

La resistenza è entrata nella coscienza della sinistra extraparlamentare soprattutto attraverso la lotta armata di alcuni gruppi e ai loro sforzi di replicare le azioni militari del 1943-1945, ispirati anche dalla venerazione per la guerriglia in Vietnam e altrove.

 

La “resistenza continua” invocata dalle Brigate rosse e i Gruppi d’azione partigiana (Gap) creati da Giangiacomo Feltrinelli si rifacevano consapevolmente alle cellule terroriste del Pci attive in tempo di guerra e riflettevano il desiderio di ritrovare la militanza dell’epoca bellica.

 

In tutto questo pochi prestarono attenzione alla critica politica della strategia del Pci avanzata già negli anni quaranta dall’ala più radicale della resistenza italiana.

 

Anche la sinistra extraparlamentare degli anni settanta aveva la tendenza a invocare le forme di lotta più militanti del periodo della guerra (scioperi di massa, sabotaggio, terrorismo) come prove astratte del potenziale per un cambiamento sociale, piuttosto che recuperare la storia dei movimenti che avevano provato (senza riuscirci) a contrastare la politica d’unità nazionale. Questo è il motivo per cui anche un gruppo paramilitare guevarista degli anni settanta come i Gap aveva deciso di usare lo stesso nome delle unità partigiane degli anni quaranta, che in realtà erano completamente controllate dal Pci e subordinate alla sua strategia di alleanza patriottica.

 

 

 

 

Gruppi minoritari

 

 

A quanto pare questi gruppi erano poco consapevoli del fatto che anche nel 1943-1945 esistevano forze rivoluzionarie antifasciste estranee al Cln, coinvolte nella lotta armata ma escluse dalla memoria istituzionale della resistenza. Certo, in un senso più ampio potremmo dire che il simbolismo dei partigiani, anche quelli legati al Pci (con le loro Bella ciao, Bandiera rossa, Fischia il vento e i fazzoletti rossi) e i motivi individuali per cui i cittadini decidevano di unirsi alla lotta riflettevano spesso la speranza in una sorta di cambiamento socialista, anche se in termini molto vaghi.

 

Tuttavia negli anni quaranta esistevano anche movimenti composti da migliaia di persone organizzati con questa precisa prospettiva politica, che rifiutavano l’unità nazionale a beneficio della lotta di classe: dalla Stella Rossa di Torino a Bandiera rossa di Roma passando per il sindacato rosso Cgl di Napoli. Non si trattava di gruppi minoritari.

 

Bandiera Rossa, per esempio, era la principale forza di resistenza nella Roma occupata dalla Wehrmacht. Nato da gruppi clandestini nel periodo fascista, mentre il Pci era ancora in esilio, e combinando l’antifascismo militante con una fede quasi millenarista nella rivoluzione imminente, questo movimento guidato da autodidatti riuscì a creare una base di massa nelle borgate della capitale nell’inverno del 1943, scatenando una guerra urbana durata nove mesi e costata la vita a 186 persone.

 

Convinto che il successo dell’Armata rossa sul fronte orientale riflettesse l’avanzata mondiale del socialismo (“trasformando la guerra in rivoluzione, come Lenin nel 1917”) questo movimento ultrastalinista finì per scontrarsi con il Pci, che tentò d’infiltrare e distruggere l’organizzazione.

 

Il radicalismo del movimento minacciava non solo la disciplina interna del Pci, ma anche la transizione ordinata verso la democrazia. Come sottolineava un rapporto della polizia militare indirizzato agli alleati che si avvicinavano alla capitale italiana nel maggio del 1944, Bandiera Rossa avrebbe avuto “l’obiettivo segreto, insieme agli altri partiti dell’estrema sinistra, di assumere il controllo della città, rovesciare la monarchia e il governo e portare avanti un programma pienamente comunista mentre gli altri partiti sono impegnati a combattere i tedeschi”.

 

La minaccia sovversiva rappresentata da questi comunisti provocò la messa al bando immediata delle loro milizie (che secondo l’intelligence britannica provenivano “esclusivamente da ambienti criminali”) da parte degli alleati immediatamente dopo la liberazione di Roma. La soppressione della stampa provocatoria di Bandiera Rossa e il disarmo forzato dei suoi partigiani non furono un caso isolato.

 

La rivendicazione da parte dello stato del monopolio della forza e la criminalizzazione dei suoi oppositori è stata, in un certo senso, l’atto fondativo della legalità repubblicana, in cui gli alleati e il Cln collaborarono per liberare il territorio e imporre un rapido ritorno della pace sociale. Lo stato nato dalla resistenza era di conseguenza anche lo stato scaturito dalla neutralizzazione della resistenza, dall’incanalamento della guerra di classe nella rappresentazione operaia all’interno dello stato per mezzo dei partiti comunisti e socialisti. Questa era, nel concreto, la “repubblica fondata sul lavoro”.

 

Oggi il Pci, il “partito della resistenza”, è ormai scomparso, così come il Partito socialista e la Democrazia cristiana. Nel 1991 il crollo dell’Unione Sovietica ha fatto esplodere il sistema politico italiano impostato sulla guerra fredda, e la rimozione della minaccia socialista ha evidenziato le reti di corruzione che si erano sviluppate durante il dominio democristiano. Il 25 aprile sopravvive come un giorno della memoria, ma lo fa in assenza dei partiti che animarono quella lotta. Con i ranghi dei partigiani ancora in vita sempre più ridotti e la sinistra in una profonda crisi, il ruolo della resistenza nella vita pubblica italiana è sempre più secondario. La fine del Pci, inoltre, ha consegnato l’iniziativa ai tradizionali nemici della causa antifascista.

 

Gli storici revisionisti hanno cercato con forza sempre maggiore di affermare l’equivalenza dei crimini commessi da entrambe le parti della “guerra civile”, e l’ultimo governo Berlusconi ha addirittura accarezzato l’idea di liberarsi della festa della liberazione. Contemporaneamente a questa evoluzione, la memoria della resistenza è stata intaccata anche dall’interno.

 

Gli ex militanti del Pci hanno adattato i loro vecchi slogan alle loro nuove politiche neoliberali, come dimostra l’intervento del presidente Giorgio Napolitano in occasione del 25 aprile 2013. Parlando in una ex prigione delle Ss in via Tasso, l’ex comunista Napolitano ha invitato il nuovo governo a mostrare nella lotta alla crisi economica gli stessi “coraggio, fermezza e senso dell’unità che furono decisivi per vincere la battaglia della resistenza”.

 

La coalizione a cui si rivolgeva Napolitano era formata da Silvio Berlusconi e dal tecnocrate della Goldman Sachs, Mario Monti. Ed è così che l’unità nazionale è diventata il vessillo dell’austerità e del sacrificio collettivo. Non c’è da stupirsi se il 25 aprile è sempre più distante dalle preoccupazioni dei giovani precari e disoccupati italiani e sopravvive solo nella memoria dei vari pezzi del defunto Pci.

 

Dopo la morte del progetto egemonico comunista è altamente improbabile che l’idea di “difendere i valori costituzionali” o l’invocazione “dell’unità nazionale” e “dell’etica repubblicana” di settant’anni fa possano avere un ruolo nella rinascita della sinistra. Al massimo sarà l’analisi dell’eredità della resistenza a rimettere al suo posto la ricorrenza, trasformando il 25 aprile da giorno di unità nazionale a giornata dell’antagonismo anti-istituzionale.

 

David Broder, Jacobin Magazine, Stati Uniti, Internazionale n. 1152, 6 maggio 2016

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