Che idea ci sarà dopo il neoliberismo

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(Fabio Chiusi, “L’Espresso”, 4 agosto 2016, n. 31)

 

Che cosa c’è dopo il neoliberismo? Anche solo porsi la domanda è da eretici: lo slogan, risalente a Margaret Thatcher ma attualissimo, è che all’ideologia dominante degli ultimi tre decenni “non c’è alternativa”. Eppure sono in molti a scommettere che, dopo una serie infinita di crisi e scandali finanziari, e con livelli di disuguaglianze tali da mettere a repentaglio la tenuta del tessuto sociale, sia giunto il momento di dimostrarne la falsità. E di farlo con una elaborazione intellettuale, di alto livello. Di rispondere, insomma, all’ideologia con l’ideologia; e a un’egemonia culturale, con una diversa egemonia culturale.

 

Un vero e proprio movimento “post-neoliberista” ancora non c’è, l’opinione è unanime anche tra i massimi esponenti di questa rivolta di pensiero eclettica, guidata, da giovani ma che non hanno il timore di misurarsi in modo creativo con la tradizione del pensiero critico, recuperandone la radicalità e nobilitando termini oggi disprezzati – dalle élite – come la nozione di “populismo”. Eppure un quadro sta emergendo, nella rivolta globale a quella che, secondo i detrattori, è la riduzione dell’uomo a “homo oeconomicus”, il suo fantoccio capace solo di consumare, e di farlo in modo razionale. Quella opposizione è ormai uscita dalle piazze, dalle proteste, dalle “acampadas” degli indignati spagnoli e di Occupy Wall Street, dai tentativi ancora precedenti di coalizzarsi intorno a “social forum”. E ha preso il potere, in America Latina come in Europa, dai governi di Ecuador, Bolivia e Venezuela all’ascesa di Syriza in Grecia e Podemos in Spagna, passando per il successo delle campagne di Bernie Sanders e Jeremy Corbyn.

 

Le reti di pensiero che informano quelle esperienze di contestazione al sistema, ma anche di proposta di un sistema alternativo e praticabile, non comunicano tutte tra loro. Ma cominciano a trovare voce – a partire dai più giovani. Negli Stati Uniti, per esempio, svariati autori si raccolgono intorno a una casa editrice, Verso Books. Nata negli anni Settanta come risultato dell’esperienza del ’68, Verso ha una esplicita missione di opposizione al neoliberismo: “Parte del nostro ruolo”, spiega il redattore Leo Hollis a “l’Espresso”, “sta nel dargli un nome, storicizzarlo, metterlo alla prova e criticarlo così da far comprendere ai lettori che si tratta in realtà di un fenomeno verificatosi durante le nostre vite, e – speriamo – che finirà prima di quanto possiamo immaginare”. Si tratta insomma di “mettere costantemente in questione lo status quo, e fornire alternative”. Basta scorrere il catalogo e le iniziative editoriali per averne un assaggio: da superstar della filosofia come Slavoj Zizek e Alain Badiou a voci nuove, autorevoli e influenti come quella del 32enne Owen Jones, commentatore politico che ha assunto importanza a livello internazionale proprio con un volume di Verso, “Chavs”, sugli stereotipi che affliggono la classe lavorativa britannica. E che oggi, dopo Brexit, ha sollecitato a sua volta la creazione di un movimento per “Salvare il nostro futuro” orientato su temi di sinistra come la salvaguardia del servizio sanitario nazionale, la stabilità del lavoro e il contrasto del razzismo. La riflessione ruota intorno a una riattualizzazione del comunismo, come nelle “Communism Conferences” già svoltesi da New York a Seul, ma anche sulla comprensione delle nuove tecnologie come strumenti di emancipazione dal giogo neoliberista. “In questo senso”, dice Hollis, “molto importante è stato “Inventing the Future” di due accademici, Nick Srnicek e Alex Williams”. Un testo che, per esempio, sostituisce il motto keynesiano della “piena occupazione” con quello, riferito al dibattito su lavoratori umani e robot, della “piena automazione”; e che si inserisce nel filone “post-capitalista”, dove svetta la riflessione del britannico Paul Mason e il suo tentativo di rileggere gli esperimenti di “sharing economy” come un canto del cigno per il sistema economico globale.

 

Giovanissimi sono anche gli animatori della rivista on line e cartacea che più di ogni altra sta informando il dibattito a sinistra, “Jacobin”. L’ideatore, Bhaskar Sunkara, è nato nel 1989, l’anno della caduta del Muro di Berlino, e oggi gestisce una macchina da 20 mila tra abbonati e lettori paganti, e 2,7 milioni di pagine viste al giorno propugnando un “marxismo senza fronzoli” che tiene insieme Rosa Luxemburg e cultura pop, rigore e provocazione.

 

Non stupisce dunque che, se il movimento post-neoliberista non è unito, si stiano formando anche “nuove alleanze, tra soggetti che prima non comunicavano tra loro”, come sostiene uno dei suoi autori, Sebastian Budgen: “Per esempio”, spiega, “tra marxisti e neo-keynesiani”. Così la resistenza intellettuale annovera da un lato le analisi economiche di Thomas Piketty, e dall’altro “un forte revival di interesse nell’eurocomunismo, in Althusser, nella teoria marxista della crisi – in alcuni casi andando agli anni Settanta e in altri addirittura agli inizi del XX secolo e a Henryk Grossman”. O a Bernard Lefebvre, il cui “The Critique of Everyday Life”, spiega Hollis, sta diventando sempre più centrale come riferimento di pensiero per le generazioni successive. La tendenza, tuttavia, è globale: “Indubbiamente c’è un ritorno di interesse per il pensiero di sinistra, specie tra gli under 30”, dice Hollis, in parte perché non hanno vissuto in prima persona il fallimento del comunismo, in parte perché “il neoliberismo ha considerato proprio loro come una delle principali risorse di cui abusare”.

 

Non solo: per Nadia Urbinati, politologa e docente alla Columbia University di New York, quella delle nuove e nuovissime generazioni è “la parte più vivace e innovativa” di quello che definisce un “movimento di pensiero e più raramente azione”. Si tratta, spiega, di “liberi pensatori, non dottrinari, liberi per l’età dal retaggio storico dei fallimenti non neoliberisti in Europa e Asia, e quindi con l’elasticità mentale indispensabile a ripescare autori che per altre generazioni sono improponibili: dal Marx critico verso il formalismo delle società liberali moderne, a Lenin”.

 

Ed ecco allora Alex Gourevitch, della Brown University, scrivere della fondamentale difesa del diritto di sciopero in regime di oppressione capitalistica; o Corey Robin dell’Università di Brooklyn argomentare che i liberal contemporanei, in tema di democrazia interna, fanno peggio proprio del capo della Rivoluzione di Ottobre. Ancora, ecco Inigo Erregon, classe 1983, diventare ideologo e figura di spicco di Podemos, coniugando nella propria tesi di dottorato l’esperienza del governo boliviano tra il 2006 e il 2009 con il pensiero dell’argentino Ernesto Laclau – già cruciale per la presidenza di Cristina Kirchner – e della “scuola di Essex”, il collettivo di studiosi che ha riaperto il dibattito sulla “democrazia radicale” e sui modi per dare un volto buono, “inclusivo”, al populismo delle nuove sinistre.

 

Anche qui, se l’esito è in alcuni casi post-ideologico, oltre cioè destra e sinistra, il punto di partenza è Antonio Gramsci e la sua riflessione sull’egemonia. E’ il trait d’union tra America Latina e Grecia, con autori come Chantal Mouffe e Yannis Stavrakakis, figura di spicco di un progetto di ricerca, il Populismus Institution, che dalla Aristotle University di Salonicco propone un’analisi comparativa e finalmente esaustiva delle molteplici manifestazioni del populismo contemporaneo, inteso come “una rete di significato capace di costruire attivamente identità politiche”.

 

Se si tratta di smontare un’ideologia dominante, in altre parole, si deve partire dalla costruzione di un popolo, di un “noi” e “loro” in cui i primi sono il 99% e i secondi l’1 per cento dei superprivilegiati stigmatizzato così potentemente nelle proteste del 2011. Questo è il compito fondamentale, la chiave per smontare il discorso neoliberista alle fondamenta, cioè a partire dal linguaggio e da come quella ideologia se ne è appropriata. Per Budgen, discorsi simili echeggiano dalla Cina all’India, senza escludere l’Africa. Anche qui, spiega il docente all’Università Kwazulu-Natal, Patrick Bond, la situazione è “matura affinché si realizzi una nuova sinistra dotata di coerenza ideologica”. I contributi intellettuali vengono in questo caso da teorici come l’egiziano Samir Amin, Issa Shivik della Tanzania, gli ugandesi Dani Nabudere e Mahmood Mamdani, “tutti già leader del Consiglio per lo Sviluppo delle Ricerche in Scienze Sociali in Africa, e tutti ispirati a un marxismo coniugato con la realtà locale”. Come in Occidente, è tempo che le proteste per una “sollevazione africana” si strutturino in offerta politica, dice ancora Bond, anche se da un lato sono stati ottenuti risultati concreti – per esempio, acqua corrente gratuita e medicinali contro l’Aids – e dall’altro i riferimenti ideologici si allungano fino all’ombra del pensiero staliniano.

 

Certo, un movimento unito sarebbe più forte. Ma è difficile quando perfino nomi del calibro di Joseph Stiglitz e Paul Krugman finiscono per risultare “predicatori senza esercito e senza influenza politica”, come li definisce, raggiunto da “l’Espresso”, l’economista Mario Pianta, autore del recente volume “Disuguaglianze”. “La situazione è paradossale”, dice: “Le loro critiche alle politiche di asuterità e neoliberiste sono molto rispettate, ma finite le loro lecture né Draghi, né Juncker né Renzi li ascoltano”.

 

Insieme alle resistenze incontrate nell’elaborazione intellettuale, c’è la fatica di rendere visibili e credibili proposte di natura economica che pure, contrariamente all’adagio thatcheriano, non mancano. Pianta indica tra i riferimenti il lavoro dell’ex ministro del lavoro di Bill Clinton, ora su posizioni molto meno moderate, Robert Reich; quello di James K. Galbraith, già consulente di Yanis Varoufakis; e i contributi di accademici come Dean Baker, co-direttore del Center for Economic and Policy Research di Washington, un think thank legato alle organizzazioni sindacali, e John Cavanagh dell’Institute for Policy Studies. Pianta fa poi parte del collettivo Sbilanciamoci, una rete di decine di associazioni che da anni propone soluzioni concrete ai problemi creati dal neoliberismo. Con piglio internazionale: è a Sbilanciamoci infatti che si deve la traduzione italiana del manifesto degli “Economisti Sgomenti”, un gruppo di ricercatori universitari, docenti ed economisti francesi guidati da figure come Philippe Askenazy che tenta di mettere in rete coloro che “non vogliono rassegnarsi alla predominante ortodossia neoliberista”; il testo ha raccolto oltre settemila firme in due anni.

 

Tra i non rassegnati c’è sicuramente Mariana Mazzucato, docente all’Università del Sussex e già autrice di un testo – “Lo stato innovatore” – che ha rivoluzionato il modo di concepire il ruolo statale nelle politiche di innovazione. Nell’attesa del nuovo libro, in lavorazione, Mazzucato ha curato un intero volume – “Rethinking Capitalism” – contenente proposte alternative ai fallimenti del capitalismo contemporaneo. “Nel mezzo secolo trascorso”, dice a “l’Espresso”, “le politiche sono state informate di una scuola ristretta di pensiero economico, dominata dall’idea semplicistica del mercato e dei suoi fallimenti, della competizione e del valore per gli azionisti”. Il punto di rottura, prosegue, è comprendere che “la globalizzazione e il cambiamento tecnologico non sono forze di natura incontrollabili”, come vorrebbero i neoliberisti. “E’ tempo invece di fare scelte diverse”, secondo Mazzucato, “e mostrare che il capitalismo può essere reinventato, con nuove tipologie di partnership tra pubblico e privato. Le scuole di pensiero economico alternativo esistono, e la classe politica ne avrà bisogno per solcare le acque agitate che li attendono”.

 

Resta certo da capire come dovrebbero orientarsi quando il salvagente prevede in alcuni casi il rifiuto radicale del capitale e – come in Wendy Brown – il suo essere opposto alla democrazia, e in altri – come nel lavoro di demistificazione dei miti neoliberisti di Eloi Laurent – la possibilità invece di restare comunque liberali. “Sotto sotto”, riassume il regista Michael Moore in un recente intervento su un altro storico bastione progressista, “The Nation”, “vorremmo tutti essere testimoni della battaglia ultima sul campo della democrazia: quella tra il Capitalista e il Socialista”.

 

Moore è ottimista, ma Sanders intanto ha perso. E la rivista titola: “Abbiamo ancora bisogno di un futuro in cui credere”. Tempo di capire più precisamente quale.

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