Il presidente degli Stati Uniti va eletto da tutto il mondo

laurie penny

 

Laurie Penny, New Statesman, Regno Unito, “Internazionale” 24 febbraio 2016

Siamo appena a metà strada e sono già stanca della corsa per le presidenziali negli Stati Uniti. Come reality televisivo questo format è ormai trito. La storia è infantile e semplicistica. Se devo sorbirmi un gruppo di uomini bianchi iperaggressivi e intercambiabili e una quota minima di minoranze etniche che dicono frasi agghiaccianti accompagnati da una colonna sonora rock, preferisco guardare un film di Tarantino.

I commentatori statunitensi ripetono spesso che questo concorso miliardario che dura due anni, è un ottimo modo per distrarre gli elettori dal vero processo democratico. Pensate un po’ come ci si sente nel resto del mondo. Noi non abbiamo nemmeno il diritto di votare e decidere quale candidato si porterà a casa i favolosi premi in palio, tra cui un aereo gratis e il più impressionate arsenale militare della storia.

Che dire? Questa è l’America, paese delle grandi speranze. Nel Regno Unito, di solito il candidato scelto da Rupert Murdoch si accontenta dell’emozione di incontrare la regina.

Come nel Grande fratello

Ho già seguito le ultime cinque serie di questo film horror e, devo dirlo, sta diventando noioso. Il meglio l’ha raggiunto nel 2008, quando il casting aveva seguito criteri effettivamente progressisti. L’edizione del 2012 è stata in pratica una ripetizione della precedente, ma c’era lo sciopero degli autori e i produttori hanno dovuto arrangiarsi. Negli ultimi anni, però, la produzione sembra aver perso ogni interesse nel reality, e cerca di tenerci incollati allo schermo con una serie di orrori e la possibilità che uno dei partecipanti si metta a gridare e cerchi di divorare gli altri.

La stessa cosa è accaduta al Grande fratello. Le prime edizioni erano appassionanti perché comprendevano qualche persona comune che, di tanto in tanto, si dimenticava addirittura di essere in tv. Poi però i produttori hanno cercato di far salire gli ascolti riempiendo la casa di celebrità di quart’ordine coperte di spray abbronzante che sorridevano tutto il tempo e cercando di fargli fare sesso o uccidersi a vicenda davanti alle telecamere.

Nel mondo della politica e in quello dell’intrattenimento un po’ di pepe non guasta, a patto che non sostituisca i contenuti. La corsa presidenziale sarebbe imbarazzante anche se non servisse a drammatizzare la vera funzione della politica nell’unica superpotenza democratica del mondo.

I candidati sembrano fare a gara a chi è più sfrenatamente bigotto

A volte sembra che gli Stati Uniti dimentichino che sono in diretta e che il mondo intero li guarda quando si spogliano e si mettono a inveire contro lo specchio. Ragazzi, vi vediamo mentre pensate davvero di affidare il potere a un uomo che definisce “un imbroglio” il cambiamento climatico e vuole costruire un muro alla frontiera e cacciare tutti i musulmani.

Ho seguito il dibattito repubblicano fino al limite di sopportazione, e ora sono capace di distinguere Ted Cruz da Marco Rubio almeno la metà delle volte. I candidati sembrano fare a gara a chi è più sfrenatamente bigotto. Nella scorsa edizione bastava opporsi al diritto di scelta delle donne sull’interruzione della gravidanza per fare scalpore, ma stavolta per attirare l’attenzione bisogna promettere di arrestare tutte le donne che non rimangono incinte e sostituire quello che resta del sistema sanitario con un’unica enorme pistola.

All’inizio era abbastanza divertente pensare che uno di questi pagliacci potesse diventare il leader del cosiddetto mondo libero, ma lo scherzo va avanti da sei anni e non fa più ridere. È solo inquietante. È deprimente e inquietante. È noioso, deprimente e inquietante.

Gli spettatori sono annoiati, depressi e spaventati, ma non riescono a cambiare canale (il che è ancora peggio) perché significa che questi mostri di cartone potrebbero davvero farcela, come quella volta che tutti hanno votato per quei quattro finlandesi urlanti mascherati da goblin all’Eurovision, così, per vedere come andava a finire.

È così che ci siamo ritrovati Boris Johnson sindaco di Londra, per poi scoprire che era serissimo quando prometteva di trasformare la città in un parco giochi per miliardari.

Le elezioni statunitensi avranno un impatto concreto su ogni singolo abitante del pianeta. Quindi lasciamo che il mondo dica la sua

Di fronte a tutto ciò rimango abbastanza sbalordita quando la gente mi chiede cosa penso di Hillary Clinton. Quello che penso, insieme alla maggior parte dei non statunitensi, è che in confronto ai candidati repubblicani chiunque mostri di avere almeno un minimo di ritegno sarebbe una scelta accettabile.

Gli statunitensi non sembrano aver capito che, anche se sarebbe bello poter scegliere il più progressista dei due candidati democratici, l’importante per il resto del mondo è che nessun esponente della formazione repubblicana, la peggiore boy band della storia, si avvicini a meno di dieci metri dalla situation room (sì, ho visto anch’io The west wing).

L’importante è che questa gente non abbia la possibilità di prendere decisioni sul cambiamento climatico, sugli interventi militari e in generale su qualsiasi cosa che non sia prendere una tazza di latte o una cioccolata calda prima di dormire, perché ci sarebbe qualcuno a prendersi cura di loro in un luogo dove non possano mai più occuparsi di politica. Li chiamerei pazzi se non fosse un insulto a tutti i miei amici che hanno problemi mentali.

A questo punto mi sentirei molto più sicura se il presidente fosse estratto a sorte tra tutti i cittadini statunitensi. Ma se davvero vogliamo fare finta che questa è democrazia, bisognerebbe almeno dare la possibilità di esprimersi a tutte le persone che saranno toccate da questa scelta.

Il mondo è ossessionato dalle elezioni statunitensi perché il loro esito avrà un impatto concreto su ogni singolo abitante del pianeta. Quindi lasciamo che il mondo dica la sua. Perché no? Il diritto di voto, anche limitato, per tutti coloro che sono influenzati dalla politica estera, ambientale e commerciale degli Stati Uniti potrebbe riportare un po’ di buonsenso, o almeno costringere Washington a riconoscere l’esistenza dei miliardi di individui non statunitensi che preferirebbero non saltare in aria o finire sommersi dagli oceani.

Il mondo è in fiamme. Gli Stati Uniti guardano un quartetto d’archi composto da bambini incapaci che cerca di suonare Wagner. Diamo alla specie umana la possibilità di cambiare canale.

(Traduzione di Andrea Sparacini)

I commenti sono chiusi.