La condivisione necessaria

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Marc Brost e Mark Schieritz, Die Zeit, Germania, “Internazionale” n. 1146, 25 marzo 2016

 

La storia dell’umanità può essere suddivisa a grandi linee in tre fasi: all’inizio erano tutti poveri, poi alcuni sono diventati ricchi e ora i poveri vanno dove ci sono i ricchi. Per questo possiamo dire che la crisi dei rifugiati è molto più di una fase transitoria.

 

Segna la fine di un’epoca il cui tratto distintivo è stato il crescente benessere dell’occidente, che vendeva auto e macchinari alla Cina, si procurava le materie prime in Africa, rottamava le sue navi sulle coste dell’India e riversava i suoi rifiuti nei mari di tutto il pianeta. Una parte del mondo ha ottenuto un benessere senza precedenti e lo ha chiamato globalizzazione. Ora, però, in qualche modo, la globalizzazione sta invertendo la rotta: all’improvviso l’altra parte del mondo, quella più povera, si dirige verso l’occidente, perché qui non ci sono guerre.

 

Così con ogni nuovo convoglio e con ogni nuova barca di rifugiati, le disparità tra poveri e ricchi, tra “loro” e “noi”, diventano più visibili. E con ogni convoglio e con ogni barca, quelli che vogliono chiudere le frontiere insistono perché tutto resti com’era prima.

 

L’aggressione nei confronti delle persone che vogliono partecipare al benessere dell’occidente è il filo che lega Donald Trump negli Stati Uniti, Marine Le Pen in Francia, Nigel Farage nel Regno Unito e Frauke Petry in Germania.

Un’aggressione, insomma, che accomuna chi critica i partiti tradizionali su entrambe le sponde dell’oceano Atlantico.

 

Forse dietro questo atteggiamento si nasconde la paura di una domanda importante, che pretende a tutti i costi una risposta. La domanda è: perché gli occidentali sono così ricchi e gli altri sono così poveri?

 

Inoltre, gli altri potranno mai diventare ricchi come gli occidentali? Siamo abituati a pensare al mondo in base alle categorie del dare e dell’avere. La crisi dei migranti dimostra che invece dobbiamo preoccuparci di condividere.

 

 

Avere

Ogni estate un gruppo di esperti di scienze ambientali calcola l’Earth overshoot day, cioè il giorno dell’anno in cui il nostro consumo delle risorse naturali supera la capacità del pianeta di rinnovarle. Risorse come l’acqua potabile, i combustibili o il legname per l’edilizia, ma anche i cereali o alcune specie di pesci. Nel 1970 quella data era il 23 dicembre, ma da allora è stata costantemente anticipata, e nel 2015 è arretrata fino al 13 agosto. Dal punto di vista economico, l’Earth overshoot day è il giorno in cui l’umanità comincia a vivere a credito, cosa che si traduce in cambiamento climatico, riduzione della biodiversità, siccità.

 

In teoria, un giorno del genere non dovrebbe neanche esistere. In fondo il capitalismo si basa sull’idea che l’aspirazione al benessere non ha limiti: ognuno può avere quello che vuole, perché la torta diventa sempre più grande. O meglio: più ognuno ha, più la torta cresce. Gli economisti hanno concepito il progresso economico come una specie di virus: se i paesi ricchi scambiano merci o entrano in affari con paesi più poveri, li contagiano con la loro ricchezza, perché scambiando merci e servizi trasferiscono lì tecnologie, oppure perché ognuno si specializza nella produzione per cui è più portato. Ma cosa succede se la quantità di affari possibili è limitata, per esempio dal fatto che negli oceani di tutto il pianeta già oggi c’è più plastica che plancton? O dal fatto che ogni giorno un pezzo di foresta pluviale grande come un campo da calcio viene disboscato? O che le calotte polari potrebbero sciogliersi completamente nell’arco di qualche decennio?

 

Il 20 per cento dell’umanità consuma l’80 per cento delle materie prime del pianeta e produce il 70 per cento delle emissioni globali di anidride carbonica: è questo il bilancio del dominio economico dell’occidente, nato con la rivoluzione industriale.

 

In questo modo blocchiamo agli altri la strada verso il benessere, perché ci siamo già impossessati di una vasta porzione della ricchezza mondiale, e agli abitanti delle zone più povere non resta quasi niente: per la Terra non sarebbe sostenibile che anche in Nigeria o in Pakistan ci fosse un’auto davanti a ogni casa. A noi occidentali piace dire che i nostri valori sono universali.

 

Ma il nostro stile di vita e il nostro modo di fare affari non lo sono. Forse siamo arrivati al punto in cui dobbiamo rinunciare a qualcosa, perché anche altri vogliono avere qualcosa.

 

 

 

Dare

Certo, gli occidentali non sono del tutto indifferenti al destino della parte povera del mondo. Ogni anno i tedeschi spendono cinque miliardi di euro per organizzazioni come Welthungerhilfe, la Croce rossa o Brot für die Welt. Ma questo non basta più.

 

All’improvviso i poveri del pianeta hanno cominciato a premere alle frontiere chiedendo la loro fetta di benessere. Finora gli occidentali non sono stati pronti ad accogliere questa richiesta. Anzi, spesso hanno lasciato ai poveri solo quello che non gli serviva più. I vestiti usati, per esempio.

 

Hanno dato, ma non hanno condiviso. E continuano a fare così.

 

All’inizio di febbraio a Londra si è svolta una conferenza a cui hanno partecipato i rappresentanti di una settantina di stati per finanziare un programma di sviluppo nei paesi che confinano con la Siria. Non sembra una brutta idea: in quelle zone c’è un urgente bisogno di denaro. Ma questo non garantisce la soluzione dei problemi di fondo.

 

L’Uganda, per esempio, riceve da cinquant’anni soldi dalla Germania: crediti a tasso agevolato per una centrale idroelettrica, aiuti per la riforma dei ministeri, borse di studio per gli studenti che vogliono frequentare le università tedesche. Nonostante questo l’Uganda è uno dei paesi più poveri del mondo. O forse anche per questo. Gli aiuti allo sviluppo, infatti, creano dipendenza.

 

Il premio Nobel per l’economia Angus Deaton ha dimostrato che spesso chi può contare sugli assegni di Berlino o di Bruxelles non è particolarmente motivato a rimettere in ordine il fisco o a promuovere le sue imprese. Fatto sta che buona parte degli aiuti finisce in stati estremamente corrotti, come l’Afghanistan. I paesi poveri sono in parte responsabili della loro povertà. Anche il dare, quindi, ha i suoi limiti.

 

 

 

Condividere

In realtà in occidente si condivide già da tempo. Si mettono le case a disposizione di altri, si usano auto in comune, si ascolta la musica in streaming. La sharing economy è considerata una forma di economia postcapitalistica in grado di risolvere i problemi più gravi dell’umanità. Solo che non si condivide niente, al massimo si scambia: auto in cambio di denaro, case in cambio di denaro, case in cambio di altre case. Chi non ha niente continua a non ricevere niente.

 

Condividere davvero significa dare anche agli altri la possibilità di sviluppare le loro potenzialità. Sarebbe già molto, per esempio, se i contadini africani potessero competere con i contadini europei ad armi pari, se insomma Bruxelles non isolasse i suoi mercati. Oppure se si prendesse sul serio la salvaguardia del clima o se, appunto, si accogliessero (naturalmente non in modo illimitato) persone di altri paesi.

 

Ma allora bisognerebbe affrontare anche la questione della povertà e della ricchezza in occidente. La Germania sarà pure un paese ricco, ma non tutti in Germania sono ricchi. Lo stesso si può dire degli Stati Uniti, della Francia o del Regno Unito. E come si convincono le persone che non hanno niente a condividere con gli altri?

 

Più di quattro milioni di tedeschi vivono di sussidi sociali e, secondo la fondazione Bertelsmann, ogni dieci famiglie che dipendono dall’assistenza dello stato ce n’è una che non ha neanche vestiti invernali a sufficienza. In Germania le famiglie che appartengono al 10 per cento più ricco possiedono il 51,9 per cento del patrimonio netto, mentre quelle che appartengono al 50 per cento più povero ne possiedono l’1 per cento.

 

Negli Stati Uniti alla classe media spetta il 43 per cento del reddito nazionale, contro il 62 per cento del 1970.

 

Non è giusto dire che la Germania ha approfittato della globalizzazione. Solo alcuni tedeschi ne hanno tratto vantaggio: i banchieri di Francoforte o gli operai specializzati della Volkswagen e della Mercedes.

 

Milioni di lavoratori a basso reddito sono stati colpiti dalla pressione crescente della concorrenza sui mercati globali. Uno studio statunitense ha rivelato che il trasferimento delle fabbriche in Cina è costato il posto di lavoro a molti americani, che ora devono cavarsela con impieghi precari.

 

D’altronde chi riesce a sbarcare a malapena il lunario probabilmente non si fa molti problemi a pagare cinque euro una maglietta, anche se sa che è stata fabbricata in Asia in condizioni disumane. Chi può permetterselo manda i figli in una scuola privata, mentre chi non ha i soldi vuole essere sicuro che le scuole pubbliche continuino a funzionare nonostante l’afflusso consistente di profughi e che gli alloggi abbiano prezzi accessibili. È questo il punto cieco del dibattito attuale sui migranti. In queste settimane l’ingiustizia mondiale si fonde con l’ingiustizia negli stati occidentali. Ma nella società meno più meno non fa più. Per poter condividere con gli altri, dovremmo imparare di nuovo a condividere tra di noi.

 

 

 

Fare

Il filosofo statunitense John Rawls aveva un’idea piuttosto interessante di come avrebbe dovuto essere fatto il mondo. La sua proposta era di mettere l’umanità in una condizione mentale in cui nessuno potesse sapere quale posto avrebbe occupato nella società: operaio o imprenditore, siriano o tedesco. Un ordine mondiale in cui tutti fossero riuniti dietro questo “velo dell’ignoranza”, sosteneva Rawls, avrebbe potuto essere considerato giusto.

 

È un esperimento mentale affascinante.

 

Un mondo come quello immaginato da Rawls sarebbe un posto in cui la condivisione verrebbe realizzata davvero. Si raggiungerebbe probabilmente un accordo vincolante per la difesa del clima, le esportazioni di armi si ridurrebbero e non sarebbe permesso destabilizzare altri paesi per sfruttarne le risorse minerarie, com’è successo negli ultimi decenni nelle ex colonie dell’occidente in Africa, Asia e America Latina. Il problema è che con queste teorie non si vincono le elezioni. E anche se il pianeta si accordasse sulle regole, non ci sarebbe nessuno pronto ad applicarle. Un governo mondiale non c’è, e la condivisione tra gli stati imposta dall’alto è difficile da organizzare.

 

Ma c’è motivo di sperare che qualcosa cambi, perché è evidente che il prezzo della disuguaglianza globale sarebbe una vita costretta tra muri e filo spinato. Non solo per i poveri.

 

Negli Stati Uniti il democratico Bernie Sanders insiste su questo punto, e propone un sistema economico nuovo e più giusto, ammettendo anche che non potrà essere attuato senza rinunce. Il successo inatteso che Sanders ha ottenuto alle primarie dimostra che le alternative esistono.

 

Se non condivideranno la loro ricchezza, i paesi occidentali diventeranno gated communities, dei fortini protetti della globalizzazione.

 

E se la storia ci ha insegnato qualcosa è che con la violenza e le intimidazioni non si stabilisce nessun ordine duraturo.

 

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