La crisi secondo Serra

michele serra

Ma non si era detto, otto anni fa (quando la bolla immobiliare rivelò che il mondo si reggeva sulla compravendita dei debiti pubblici e privati, ovvero su un vuoto travestito da pieno), che la crisi era “di sistema”? Che il cedimento non era passeggero, ma strutturale? Che in troppi eravamo vissuti al di sopra delle nostre possibilità? Che niente sarebbe stato più come prima? Sì, ce lo ricordiamo benissimo: si era detto proprio così. E allora perché mai la Borsa dovrebbe per forza tornare ai livelli degli anni d’oro, i debiti, anche i più incalliti, evaporare, il Pil lievitare, l’economia ripartire al galoppo, la crisi sparire? Perché questa rinnovata meraviglia su un tonfo che era stato valutato senza risalita? Ci dev’essere un “pensiero magico” che impedisce di prendere atto della paurosa fragilità di un sistema nel quale il lavoro non vale più una cicca, la produzione mondiale di beni ammonta a circa un settimo della ricchezza finanziaria, il risparmio è solo un gruzzolo virtuale in balia di videate ondeggianti che affastellano numerini (mica pane o coperte di lana: numerini). Gli economisti ne capiscono un sacco, ovviamente. Ma non mi sorprenderebbe scoprire che un economista, senza rendere pubblica la notizia, abbia messo patate in cantina, legna in legnaia, riso e farina in dispensa, e qualche banconota sotto il materasso.

Michele Serra, “la Repubblica”, 12 febbraio 2016

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