La falsa alternativa tra fascismo e tecnocrazia

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(di Slavoj Žižek, “Internazionale” n.1154, 20 maggio 2016)

 

A volte una faccia diventa il simbolo delle forze anonime che ha dietro. Il viso stupidamente sorridente del presidente dell’eurogruppo Jeroen Dijsselbloem non era forse il simbolo della brutale pressione esercitata dall’Unione Europea sulla Grecia? Di recente il Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti (Ttip), il cugino del Partenariato transpacifico (Tpp), ha trovato un nuovo simbolo: il volto glaciale della commissaria europea al commercio Cecilia Malmström, che ha risposto alla forte opposizione pubblica al Ttip dicendo: “Non ho ricevuto il mio mandato dai cittadini europei”.

 

Un altro di questi simboli è Frans Timmermans, il primo vicepresidente della Commissione Europea, che il 23 dicembre 2015 ha rimproverato il governo polacco per aver adottato una nuova legge che subordina la corte costituzionale polacca all’autorità dell’esecutivo.

 

Timmermans ha anche criticato la legge che consente al parlamento polacco di sostituire tutti i dirigenti delle reti televisive e radiofoniche di stato. I nazionalisti polacchi hanno prontamente replicato, avvertendo Bruxelles che farebbe meglio a “usare più moderazione nel rivolgere ordini o minacce al parlamento e al governo di uno stato sovrano e democratico”.

 

Secondo il punto di vista standard della sinistra liberale, non è corretto mettere questi tre nomi nello stesso calderone: Dijsselbloem e Malmström incarnano la pressione dei burocrati dell’Unione (privi di legittimazione democratica) su governi democraticamente eletti, mentre Timmermans è intervenuto per difendere dei pilastri fondamentali della democrazia (l’indipendenza del potere giudiziario e la libertà di stampa).

 

Può sembrare assurdo paragonare la brutale pressione neoliberista sulla Grecia alle critiche motivate alla Polonia. Ma non è forse vero che la reazione del governo polacco ha colto nel segno? Timmermans ha effettivamente fatto pressione sul governo regolarmente eletto di uno stato sovrano.

 

Mentre rispondevo ai lettori della Süddeutsche Zeitung sulla crisi dei rifugiati, la domanda che ha attirato di più l’attenzione riguardava la democrazia, ma aveva un sapore populista di destra. Quando Angela Merkel ha invitato centinaia di migliaia di rifugiati in Germania, chi le aveva dato il diritto di farlo?

 

Non sto cercando di difendere i populisti contrari all’immigrazione, ma di sottolineare i limiti della legittimità democratica. Lo stesso vale per quelli che difendono l’apertura totale dei confini: sono consapevoli del fatto che, dal momento che le nostre democrazie sono fondate sullo stato nazione, le loro richieste equivalgono a una sospensione della democrazia? In altre parole, si può autorizzare un cambiamento di enormi proporzioni senza una consultazione democratica?

 

Ci troviamo di fronte a un vecchio dilemma: che succede alla democrazia se la maggioranza è disposta a votare per delle leggi razziste e sessiste? È facile immaginare un’Europa con più democrazia e partecipazione civica in cui la maggior parte dei governi è formata da partiti populisti e xenofobi. Non ho paura di concludere che le politiche progressiste non dovrebbero essere vincolate a priori a procedure di legittimazione democratica formale.

 

Naturalmente nessun soggetto politico sa cosa è meglio per i cittadini, e nessuno ha il diritto d’imporre le sue decisioni ai cittadini contro la loro volontà, come facevano i regimi comunisti ai tempi di Stalin.

 

Quando però la volontà della maggioranza viola chiaramente le libertà fondamentali, abbiamo non solo il diritto, ma anche il dovere di opporci alla maggioranza.

 

Questo non significa che bisogna disprezzare le elezioni democratiche, significa solo affermare che non bastano di per sé a stabilire la verità assoluta. Di norma, le elezioni riflettono l’opinione corrente determinata dall’egemonia ideologica.

 

Quelli che criticano l’Unione Europea da sinistra si trovano quindi in una posizione scomoda: da un lato deplorano il “deficit democratico” di Bruxelles e propongono riforme che dovrebbero rendere il processo decisionale europeo più trasparente; dall’altro sostengono gli amministratori “non democratici” dell’Unione quando si oppongono a derive “fasciste” democraticamente legittimate.

 

Dietro questa contraddizione si cela lo spauracchio della sinistra progressista europea: la minaccia di un nuovo fascismo incarnato da un populismo xenofobo di destra. Questo fantasma è percepito come il principale nemico contro il quale dovremmo tutti unirci, dalla sinistra radicale (o quel che ne rimane) ai democratici liberali più moderati (compresi i dirigenti dell’Unione come Timmermans). L’Europa è descritta come un continente che sta regredendo verso un nuovo fascismo, che si nutre dell’odio paranoico e della paura di un nemico etnico-religioso esterno (per lo più musulmano). Questo nuovo fascismo è dominante in alcuni paesi postcomunisti dell’Europa dell’est come l’Ungheria e la Polonia, ma si sta rafforzando anche in molti altri paesi dell’Unione dove prevale l’idea che l’invasione di profughi musulmani rappresenti una minaccia alla civiltà europea.

Ma si tratta davvero di fascismo? Questo termine viene troppo spesso usato per evitare analisi più approfondite.

Il politico olandese Pim Fortuyn, ucciso nel 2002 due settimane prima delle elezioni in cui secondo i sondaggi avrebbe ottenuto un quinto dei voti, era una figura paradossale: un populista di destra che aveva caratteristiche e opinioni quasi completamente “politicamente corrette”: era gay, aveva buoni rapporti personali con molti immigrati, possedeva un innato senso dell’umorismo e così via. Insomma, era un buon progressista tollerante in tutto tranne che nelle sue posizioni politiche di base. Si opponeva agli immigrati fondamentalisti a causa della loro intolleranza verso gli omosessuali, i diritti delle donne, le differenze religiose eccetera. Era l’incrocio tra il populismo di destra e il politicamente corretto progressista. Forse era destinato a morire proprio perché era la prova vivente che la dicotomia tra populismo di destra e tolleranza progressista in realtà non esiste, e che ci troviamo di fronte a due facce di una stessa medaglia.

 

Molti liberali di sinistra, come Jürgen Habermas, idealizzano un’Unione Europea Democratica che in realtà non è mai esistita. La recente politica dell’Unione non è altro che un disperato tentativo di rendere l’Europa adatta al capitalismo globale. La critica tradizionalmente rivolta all’Unione Europea dai liberali di sinistra, cioè che si tratta di un’entità tutto sommato positiva ma affetta da un “deficit democratico”, tradisce la stessa ingenuità di quei detrattori dei regimi comunisti che sostenevano i comunisti ma deploravano la mancanza di democrazia. In entrambi i casi, il deficit di democrazia è invece un elemento imprescindibile del sistema.

 

Parlando della probabile vittoria di Syriza alle elezioni in Grecia, nel dicembre del 2014 il Financial Times ha pubblicato un articolo intitolato “L’anello debole dell’eurozona sono gli elettori”. Nel mondo ideale del quotidiano britannico, l’Europa dovrebbe liberarsi del suo “anello debole” e gli esperti dovrebbero avere il potere d’imporre direttamente le misure economiche.

 

E, se ci fossero delle elezioni, servirebbero solo a confermare il parere degli esperti. Come ha dichiarato l’eurocrate ed ex presidente del consiglio italiano Mario Monti, “chi governa non può permettersi di essere totalmente vincolato al suo parlamento”.

 

L’unico modo per controbilanciare il “deficit democratico” del capitalismo globale sarebbe il ricorso a un’entità transnazionale, perché lo stato-nazione non può essere il baluardo della democrazia contro il capitalismo globale. Per due ragioni: la prima è che si trova a priori in una posizione di debolezza, in un’epoca in cui l’economia è diventata una forza globale; la seconda è che per opporsi al capitalismo globale uno stato nazione sovrano è obbligato a ricorrere a un’ideologia nazionalista, aprendosi così al populismo di destra.

 

Polonia e Ungheria sono due esempi di uno stato di questo tipo che si oppone alla globalizzazione.

 

Questo ci porta alla principale contraddizione del capitalismo globale: imporre un ordine politico globale che corrisponda a un’economia capitalistica globale è strutturalmente impossibile, e non perché sia materialmente difficile organizzare delle elezioni globali o creare delle istituzioni globali.

 

Il motivo è che il mercato globale non è una macchina universale e neutrale che prevede regole uguali per tutti. Richiede invece un’ampia gamma di eccezioni, violazioni delle sue stesse regole, interventi extraeconomici (militari) e così via. Per questo, anche se il nostro sistema economico è sempre più globalizzato, quel che viene “represso” dall’economia globale anonima ritorna nell’ambito politico: ossessioni arcaiche e identità (etniche, religiose, culturali) particolari.

 

Questa tensione è alla base del paradosso dei nostri tempi: la libera e globale circolazione dei beni è accompagnata da divisioni sociali sempre più marcate. I beni circolano sempre più liberamente, ma nuove barriere separano le persone, dai muri veri e propri (come in Cisgiordania o tra Stati Uniti e Messico) alla riaffermazione delle identità etniche e religiose.

 

Questo significa che la democratizzazione dell’Europa è un vicolo cieco e che dovremmo abbandonarla?

Tutto il contrario. Significa che, proprio per la sua importanza, dovremmo affrontarla in una maniera più radicale. Il problema è sostanziale: dobbiamo capire come trasformare le coordinate fondamentali della nostra vita sociale, dall’economia alla cultura, in modo che la democrazia, in quanto processo decisionale collettivo, diventi reale, e non solo un rituale per legittimare decisioni prese altrove.

 

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