La famiglia di papà

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(Tullio De Mauro, “Internazionale” n.1129, 20.11.2015)

 

Molti fattori portano i giovani a restare sotto il tetto paterno oltre i trent’anni. Negli Stati Uniti sono il 43 per cento dei maschi tra i 18 e i 32 anni, il 36 per cento delle femmine. Se ne occupa Richard Fry in un recente rapporto del Pew research center. Rispetto al 1960, quando i maschi erano 28 su cento e le femmine 20, pare un ritorno all’antico. Quand’hai vent’anni ti ci vuole la mogliera per aumentare la famiglia di papà. Così cantava Totò nel 1940 in uno dei suoi primi film e questo documenta bene l’antica condizione di anziani e giovani ai tempi della “famiglia allungata” e della “bottega famigliare”: un nucleo unico che sotto lo stesso tetto raccoglieva anziani di più generazioni, figli con coniuge e nipoti.

 

La struttura era tipica delle società contadine, ma non soltanto. Negli Stati Uniti del 1940, mentre Totò cantava la sua mazurca, quasi metà dei maschi e più di un terzo delle femmine viveva con i genitori. Le ragazze lasciavano la famiglia paterna prima dei maschi perché si sposavano e andavano ad aumentare la famiglia del papà del marito. I fattori economici che rallentano o accelerano la mobilità sociale hanno certamente peso. Ma c’è altro. L’enorme sviluppo dei saperi, l’esplosione e la pervasività di nuove tecniche nella produzione e nell’organizzazione sociale richiedono livelli di istruzione ben maggiori che in passato e gli studi hanno tempi lunghi e alti costi. E un’educazione familiare permissiva rende meno sgradevole restare nella casa paterna.

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