La lunga strada per mettere il mondo in sicurezza

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La strage di Nizza ci ha colpiti non solo per la sua tragica crudeltà, che le doverose ma impietose immagini ci hanno mostrato, ma anche per lo strumento con cui questa strage è stata provocata e per il luogo in cui è avvenuta.

 

Niente Kalashnikov, niente cinture esplosive, niente granate, ma un semplice autocarro costruito per portare gelati: uno strumento quotidiano e naturale per venire incontro alle richieste di tanta gente che si stava godendo serenamente la conclusione della festa nazionale.

 

Non ho potuto evitare di pensare che per provocare una tragedia di questo tipo non vi è nemmeno bisogno di molto denaro e nemmeno di un’organizzazione complessa: basta una persona ed un camion.

 

Ed è proprio questa terribile normalità dello strumento (e quanti altri simili ne possiamo immaginare?) che mi fa sentire inutili tutte le future indagini sulle possibili negligenze del controllo della polizia e degli altri organi preposti a garantire che la festa nazionale francese potesse concludersi in tutta serenità.

 

Da molti decenni siamo infatti abituati a vivere senza tenere conto della possibilità di questi eventi e nulla sfugge ai controlli come la normalità. Quando il terrorismo ha cominciato a colpire abbiamo cominciato giustamente a proteggere i luoghi più vulnerabili, a cominciare dagli aeroporti. Tuttavia ciascuno di noi, mentre pazientemente si toglieva le scarpe di fronte ai controlli dei cancelli di partenza, rifletteva sul fatto che nessuno ti avrebbe poi protetto quando prendevi il treno o entravi in un supermercato. Col progredire del pericolo si sono naturalmente moltiplicati anche gli apparati di sicurezza, che comprendono ora alcune stazioni ferroviarie e centri commerciali. E quindi gli stadi dei campionati di calcio e le più grandi manifestazioni religiose. Ma li possiamo estendere a tutte le scuole, a tutte le strade, a tutti i teatri e a tutte le chiese?

 

Tra i paesi minacciati dal terrorismo lo ha fatto soltanto Israele che tuttavia, pur pagando un elevatissimo prezzo in termini di normalità della vita quotidiana (saremmo in grado di farlo anche noi?) è riuscito a ridurre ma non certo ad eliminare gli attentati sanguinosi contro la propria popolazione.

 

Con queste osservazioni non voglio certo invitare a limitare gli sforzi specifici per proteggere la nostra sicurezza, anche perché essi sono uno strumento indispensabile per diminuire i pericoli e per garantire lo svolgimento della vita normale dei cittadini. Dobbiamo tuttavia avere coscienza che tutto ciò è una condizione necessaria ma non sufficiente, soprattutto da quando gli attentati e gli attentatori si vestono con gli abiti delle persone normali e fanno uso degli strumenti normali ed indispensabili della nostra vita quotidiana.

 

E’ la nostra società intera che deve difendersi, con tutti gli strumenti di prevenzione che essa possiede.

 

Cominciando dall’alto, è inammissibile che strutture statali o parastatali di paesi a noi amici continuino a finanziare in modo diretto o indiretto (acquistando ad esempio il petrolio) le reti del terrorismo internazionale. Gli interessi di qualcuno non possono mettere a rischio la sicurezza dell’intera società. Non è nemmeno ammissibile che i predicatori dell’odio religioso siano liberi di esprimerlo in modo sistematico. E’ vero che molti degli ultimi attentatori non frequentavano le moschee radicali e nemmeno avevano stretti legami religiosi ma è tuttavia altrettanto vero che da essi ne erano e ne sono indirettamente e profondamente influenzati. Non può essere inoltre permesso che le nuove reti di informazione vengano utilizzate come strumento di incitazione alla violenza. E’ chiaro che con questo entriamo nel delicato campo della libertà di espressione ma anche questa libertà deve essere riportata sotto la maestà della legge.

 

Questo tuttavia non basta se non si mette in atto una paziente opera di ricostruzione dei fili della nostra società che sono stati troppo spesso spezzati dalla caduta dei rapporti di vicinato e dall’isolamento prodotto da strutture urbane e da modelli di vita che allentano quel minimo controllo sociale che è il più importante elemento di prevenzione degli atti criminali.

 

Oggi tutta la nostra comunità è a rischio: all’azione repressiva deve essere affiancata un’azione preventiva capace di coinvolgere tutta la comunità, dalle amministrazioni locali alle scuole, dalle associazioni sportive alle parrocchie, ma soprattutto i rapporti di vicinato che diventano forzatamente inesistenti negli immensi quartieri periferici.

 

Contro un terrorismo che diventa ancora più pericoloso perché usa gli strumenti “normali” dobbiamo affiancare agli strumenti straordinari gli strumenti “normali” della nostra vita sociale. Sarà una guerra lunga e ci saranno altre inaspettate tragedie ma, se lavoreremo insieme all’interno dei nostri paesi e collaborando fra i diversi paesi, riusciremo a vincere anche questa guerra. La libertà e la democrazia riescono a prevalere solo se si usano anche quegli strumenti che hanno reso forte sia la libertà che la democrazia.

 

Romano Prodi, “Gazzettino” n.164, 17 luglio 2016

N.D.R.: Riguardo la “questione Israele” vorrei aggiungere un commento: l’area di quelle popolazioni, ebrei e palestinesi, è estremamente delicata e complicata. Sono contrario che la loro storia si concluda come in passato è finita la storia degli scontri fra pellerossa ed esercito americano. (Fabio Benetti)

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