La madre di tutte le domande

(di Rebecca Solnit, scrittrice e saggista statunitense)

 (“Internazionale” n.1127 – anno 23)

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Qualche anno fa ho tenuto una conferenza su Virginia Woolf. Alla fine, durante il dibattito con il pubblico, mi sono resa conto che per diverse persone la questione più interessante era: Woolf avrebbe dovuto fare dei figli? Rispondendo diligentemente a questa domanda ho osservato che Virginia Woolf aveva contemplato l’idea di avere dei figli, subito dopo essersi sposata, vedendo quanta gioia avevano portato nella vita di sua sorella. Ma con il passare del tempo aveva cominciato a ritenerla una scelta avventata, forse per via della propria instabilità psicologica. O forse, ho ipotizzato, voleva semplicemente diventare una scrittrice e dedicare la vita alla sua arte, cosa che poi ha fatto con straordinario successo. Nel corso della conferenza avevo citato con ammirazione le pagine in cui Woolf parla di uccidere “l’angelo della casa”, quella voce interiore che spinge tante donne a diventare delle cameriere, autoimmolandosi sull’altare del focolare domestico e della vanità maschile. Ero sorpresa che una vita spesa a battersi contro una concezione tradizionale della femminilità potesse condurre a quella conversazione.

A quella gente avrei dovuto dire che interrogarci sullo status riproduttivo della Woolf era solo un’inutile e soporifera digressione dalle straordinarie domande che ponevano le sue opere (a un certo punto credo di aver detto: “Vaffanculo a queste cazzate”, una frase che comunicava più o meno lo stesso messaggio e ha fatto procedere la discussione). Dopotutto, tante persone fanno figli, ma solo una ha scritto “Gita al faro” e “Le onde”, e noi stavamo parlando dei suoi libri, non di bambini.

Conoscevo bene quel tipo di domande. Una decina d’anni fa, durante una conversazione che avrebbe dovuto essere su un libro di politica che avevo scritto, il signore inglese che m’intervistava, anziché parlare dei frutti della mia mente insisteva per parlare di quelli dei miei lombi, o della loro mancanza. Continuava a chiedermi perché non avessi avuto dei figli. Nessuna delle mie risposte lo soddisfaceva. A quanto pare era convinto che dovessi averne e trovava incomprensibile che non ne avessi, e così abbiamo parlato di perché non avevo figli, anziché dei miei libri.

Sono molte le ragioni per cui non ho avuto figli: sono molto brava a usare i contraccettivi; amo i bambini e adoro i miei nipoti, ma amo anche la solitudine; sono stata cresciuta da persone infelici e ostili, e non volevo né riproporre quel tipo di esempio né mettere al mondo esseri umani che potessero provare per me quello che io provavo per i miei genitori; desideravo scrivere libri, una vocazione che si è rivelata estremamente impegnativa. Il mio non è mai stato un atteggiamento dogmatico: in altre circostanze avrei potuto avere dei figli e sarei stata bene. Come sto bene adesso.

Ma il fatto che questa domanda abbia una risposta non significa che uno debba farmela o che io debba rispondere. La domanda di quell’intervistatore era indecente perché dava per scontato che le donne dovessero avere dei figli e che la loro attività riproduttiva fosse di pubblico interesse. Ma soprattutto presupponeva che per una donna esistesse un solo modo giusto di vivere.

Per la verità, non è del tutto giusto neppure quell’unico modo, visto che anche le madri sono spesso giudicate manchevoli. Una madre può essere trattata come una criminale per aver lasciato da solo suo figlio per cinque minuti, anche se il padre di quel bambino lo ha lasciato da solo per anni. Altre donne si sentono dire che non possono essere prese sul serio sul lavoro perché tanto prima o poi lo lasceranno per procreare. E se una madre ha successo nel lavoro, subito si pensa a chi sta trascurando. Non esiste un modo giusto di essere donna.

Finora abbiamo parlato di domande aperte. Ma esistono anche domande chiuse, domande a cui c’è una sola risposta giusta, almeno dal punto di vista di chi ce le fa. Uno dei miei obiettivi nella vita è diventare rabbinica: essere capace di rispondere a domande chiuse con risposte aperte, possedere l’autorità interiore necessaria per fermare gli intrusi, o almeno ricordarmi di chiedere sempre: “Perché mi stai facendo questa domanda?”. Ho scoperto che è il modo migliore di rispondere a una domanda ostile, e le domande chiuse tendono a essere ostili. Ma il giorno in cui sono stata interrogata sui figli, il mio interlocutore mi ha colto alla sprovvista, così sono rimasta lì a chiedermi: “Perché succede così spesso di sentirsi fare domande così brutte?”.

Forse parte del problema sta nel fatto che abbiamo imparato a chiederci le cose sbagliate. La nostra cultura è intrisa di una psicologia popolare che ci ossessiona con la domanda: “Sei felice?”. E’ una domanda così automatica, ormai, che sogniamo un farmacista dotato di macchina del tempo per portare una bella scorta di tranquillanti e antipsicotici a Bloomsbury e indurre una formidabile prosatrice femminista a ripensarci e sfornare una nidiata di piccole Woolf.

Di solito le domande sulla felicità partono dal presupposto che la gente sappia cos’è una vita felice. Molti pensano che la felicità significhi avere una serie di paperelle tutte in fila – coniuge, figli, casa, esperienze erotiche – anche se basta pensarci un attimo e ci verranno in mente decine di persone che hanno tutte quelle cose e sono infelici lo stesso.

La società ci propone continuamente ricette preconfezionate. Sono ricette che falliscono spesso, ma continuano a propinarcele incessantemente, finché non diventano prigioni e punizioni.

Forse è anche un problema letterario: ci viene offerta un’unica trama per essere felici. Parliamo come se ne esistesse una sola in grado di garantire un lieto fine, quando intorno a noi vediamo fiorire – e prosperare – una miriade di modi diversi di prendere la vita.

Perfino chi vive la versione migliore della trama convenzionale a volte non è ricompensato dalla felicità. Conosco una donna che è stata sposata felicemente per settant’anni. Ha vissuto una vita intensa, senza mai tradire i propri principi. Ma non la definirei felice: la sua compassione per i più fragili e i suoi timori per il futuro l’hanno portata ad avere una visione del mondo piuttosto cupa. Quello che ha avuto invece della felicità può essere descritto solo usando un linguaggio migliore. Per misurare la felicità esistono criteri completamente diversi – onore, senso, profondità, impegno, speranza – che per una persona possono contare molto di più.

Come scrittrice, ho sempre cercato nuovi modi di apprezzare tutto ciò che è sfuggente e trascurato, di descrivere sottigliezze e sfumature di significato, di celebrare la vita pubblica e la vita solitaria, e – per citare John Berger – di trovare “una altro modo di narrare”. Anche per questo ritrovarmi ogni volta a fare i conti con le solite, vecchie narrazioni è demoralizzante.

La difesa del matrimonio, che in realtà non è altro che la difesa del vecchio accordo gerarchico del matrimonio eterosessuale, è penetrata nella cultura consolidando la sincera convinzione che in una casa con due genitori eterosessuali ci sia qualcosa di miracoloso per i figli. Questo induce tante persone a portare avanti matrimoni disastrosi. Perfino le donne sposate con uomini violenti vengono spesso incoraggiate a restare in situazioni considerate tanto meravigliose a priori che i dettagli non contano. La forma vince sul contenuto. Eppure di recente una donna divorziata mi raccontava quanto fosse bello essere una madre divorziata: sia lei sia il suo ex marito avevano un sacco di tempo da trascorrere con i figli e senza.

Quando ho scritto un libro su me e mia madre – una donna che ha sposato un uomo brutale, ha avuto con lui quattro figli ed era infelice e piena di rabbia – sono stata colta di sorpresa da un’intervistatrice che mi ha chiesto se era per colpa di un padre violento che non ero riuscita a trovare un compagno di vita. Nella sua domanda erano implicite una serie di supposizioni stupefacenti sulla direzione che avevo dato alla mia vita. Il mio libro, “The faraday nearby”, era il racconto pacato e indiretto (credo) del mio lungo viaggio verso la vita piacevole che conduco oggi, e insieme un tentativo di fare i conti con la collera di mia madre e con i ruoli e le aspettative femminili convenzionali di cui era prigioniera.

Nella vita ho fatto esattamente quello che mi ero ripromessa di fare, anche se non era quello che presumeva l’intervistatrice. Volevo scrivere libri, circondarmi di persone generose e intelligenti e vivere grandi avventure. Gli uomini – innamoramenti, infatuazioni e lunghe convivenze – sono stati alcune di quelle avventure, insieme a deserti remoti, mari artici, cime di montagne, rivoluzioni e disastri naturali, e l’esplorazione di idee, archivi, testimonianze e vite.

Le ricette sociali della felicità sono fonte di grande sofferenza, sia per quelli che non sono in grado o si rifiutano di seguirle, e vengono per questo stigmatizzati, sia per quelli che obbediscono ma non trovano la felicità. Certo, esistono persone che conducono vite molto tradizionali e molto felici: ne conosco alcune. Così come conosco persone molto felici tra monaci, preti e badesse casti e senza figli, divorziati gay e tutto quello che c’è in mezzo. L’estate scorsa, la mia amica Emma è stata accompagnata all’altare da suo padre, seguita dal compagno del padre sottobraccio alla madre di lei: tutti e quattro, insieme al nuovo marito di Emma, formano una famiglia incredibilmente unita e affettuosa, impegnata in battaglie politiche per i diritti e la giustizia. Entrambi i matrimoni a cui ho partecipato quest’estate avevano due sposi e nessuna sposa. Al primo, uno degli sposi ha pianto perché per tutta la vita gli era stato negato il diritto di sposarsi e non aveva mai pensato di poter vedere quel giorno. Sono totalmente a favore del matrimonio e dei figli, se è quello che le persone vogliono veramente dalla vita.

Nella visione tradizionale del mondo, la felicità è fondamentalmente un fatto privato ed egoistico. Le persone ragionevoli perseguono il proprio interesse e se lo fanno con successo si pensa che saranno felici. In questa visione la definizione stessa di cosa significhi essere umani è angusta, e non lascia grande spazio a voci come altruismo, idealismo e vita pubblica, se non in forma di fama, status o successo materiale. L’idea della ricerca di un senso emerge di rado: le uniche attività ritenute importanti nella vita sono quelle più convenzionali, che sono anche considerate le uniche opzioni valide.

Il fatto che la maternità sia considerata un elemento centrale dell’identità femminile è anche dovuto alla convinzione che i figli siano il modo migliore per realizzare la nostra capacità di amare. Ma ci sono tante cose da amare, oltre ai propri figli, tante altre cose che richiedono amore e che l’amore può fare nel mondo.

Chi critica le persone senza figli, giudicandole egoiste per avere rifiutato i sacrifici che comporta l’essere genitori, spesso dimentica che chi ama profondamente i suoi figli potrebbe non avere più molto amore in serbo per il resto del mondo.

Christina Lupton, una scrittrice che è anche madre, ha descritto alcune delle cose a cui ha rinunciato quando si è trovata alle prese con le logoranti incombenze dell’essere genitori, e tra queste cose ci sono “tutti quei modi di occuparsi del mondo che sono meno apprezzati dell’avere figli, ma altrettanto necessari perché i bambini possano crescere e stare bene. Cose come scrivere e inventare, fare politica, leggere e parlare in pubblico, manifestare e insegnare, fare cinema. La maggior parte delle cose a cui do più valore, e da cui sono certa che la condizione umana trarrà i maggiori vantaggi, sono violentemente incompatibili con il lavoro, reale e immaginario, della cura dei bambini”.

Una delle cose affascinanti dell’improvvisa apparizione di Edward Snowden poco più di due anni fa è stata l’incapacità di tante persone di capire perché un giovane uomo rinunciasse alla ricetta della felicità – stipendi alti, un lavoro sicuro, una casa alle Hawaii – per diventare uno dei latitanti più ricercati del mondo. Evidentemente, per chi partiva dal presupposto che tutti gli esseri umani sono egoisti, la motivazione di Snowden doveva essere necessariamente di tipo opportunistico, e cioè la fame di attenzione e di denaro.

Nei giorni successivi alle prime rivelazioni di Snowden, Jeffrey Toobin, il giornalista esperto di diritto del New Yorker, ha scritto che Snowden era un “narcisista patologico che meritava di stare in carcere”. Un altro opinionista ha sentenziato: “Credo che Snowden sia solo un giovanotto narcisista convinto di essere più furbo di tutti noi”. Altri ritenevano che rivelasse segreti del governo degli Stati Uniti perché era pagato da qualche paese nemico.

Snowden sembrava venire da un altro secolo. Nelle sue comunicazioni iniziali con il giornalista Glenn Greenwald si faceva chiamare Cincinnatus, dal nome del politico romano che agiva per il bene della società senza fini di potere personale. Era un segno del fatto che s’ispirava a ideali e modelli molto lontani. Altre epoche e culture si sono spesso poste domande diverse da quelle che ci poniamo oggi: qual è il modo migliore per dare significato alla nostra vita? Qual è il nostro contributo al mondo e alla comunità? Viviamo secondo i nostri principi? Quale eredità lasceremo? Forse la nostra ossessione per la felicità è un modo per non porci queste domande, per ignorare quanto possano essere feconde le nostre vite ed efficace il nostro lavoro, e quanto possa arrivare lontano il nostro amore.

Alla base della domanda sulla felicità c’è un paradosso. Gli studi condotti da Todd Kashdan, un professore di psicologia della George Mason university, hanno rivelato che chi considera importante essere felice ha più probabilità di soffrire di depressione: “Organizzare la propria vita intorno alla ricerca della felicità, facendone il nostro obiettivo principale, ostacola di fatto la possibilità di essere felici”.

Alla fine ho avuto il mio momento rabbinico nel Regno Unito, mentre venivo intervistata in pubblico da una donna con un accento sofisticato e una voce flautata: “E così”, ha trillato, “è stata ferita dagli esseri umani e ha cercato rifugio nel paesaggio”. L’implicazione era chiara: ero un caso pietoso del tutto eccezionale, un’anomalia statistica. Mi sono rivolta al pubblico e ho chiesto: “Qualcuno di voi è mai stato ferito da altri esseri umani?”. Le persone in sala hanno riso con me. In quel momento ci siamo resi conto che eravamo tutti un po’ strani, tutti nella stessa barca, e che fare i conti con la nostra sofferenza, imparando a non infliggerla agli altri, è qualcosa che dobbiamo fare tutti nella vita. Lo stesso vale per l’amore, che può assumere tante forme diverse ed essere rivolto verso un’infinità di cose. Sono molte le domande che possiamo farci nella vita, ma forse i più saggi sanno che non tutte hanno bisogno di una risposta.

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