La metà delle nostre case va messa in sicurezza

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Roma.

Uno studio del Consiglio nazionale degli ingegneri, pubblicato poche settimane prima del terremoto di Amatrice, ha calcolato che per mettere in sicurezza i ventuno milioni e mezzo di italiani che vivono in aree a rischio «molto o abbastanza elevato» (zone 1 e 2) costerebbe circa trentasei miliardi di euro, in parte a carico dello Stato e delle amministrazioni, in parte dei privati. Ma il conto è parziale, e vedremo perché, e mettere in sicurezza, naturalmente, non significa cancellare il rischio ma ridurlo, sebbene di molto. «Gli immobili da recuperare», spiega il documento, sono circa il quaranta per cento di tutti gli immobili del paese. Un lavoro infinito, infinitamente oneroso, che non contempla i costi per le indagini geologiche necessarie palmo a palmo – come spiegano i tecnici – perché «ogni metro quadrato ha una sua peculiarità», soprattutto sull’Appennino. Questi numeri spaventosi non dicono che dobbiamo arrenderci, dicono che siamo in ritardo, che è indispensabile cominciare domattina (con il contributo dell’Ue), che occorreranno decenni e che per i prossimi anni dobbiamo aspettarci altri terremoti con conseguenze simili a quelle della scorsa settimana.

 

Lo studio degli ingegneri («Nota sul rischio sismico in Italia») segnala che «ogni anno si verificano in media circa un centinaio di terremoti che la popolazione è in grado di percepire», si tratta di terremoti che scuotono le case ma non le danneggiano gravemente né provocano morti; quelli con «carattere distruttivo» – L’Aquila e Amatrice, il Friuli e l’Irpinia – nei centocinquant’anni dell’Unità d’Italia si ripetono in media ogni cinque anni. Dunque, trenta in un secolo e mezzo. Fra questi anche il terremoto emiliano del maggio 2012, sebbene quella sia una «zona 3», cioè una zona a medio rischio. Nella zona 3 vivono altri diciannove milioni di abitanti, e qui servono lavori per altri ventisette miliardi abbondanti di euro. Roma, per dire, è zona sismica 3 in nove municipi e zona sismica 2 in sette municipi. Poi c’è la «zona sismica 4» a rischio più contenuto, ma è meglio intendersi: sono zone in cui è necessario «almeno tutelare la sicurezza di edifici strategici e di elevato affollamento» secondo l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. Se volessimo – e sarebbe meglio – mettere in sicurezza anche la zona 4, i preventivi salgono a 93 miliardi di euro. Non siamo messi bene.

 

Anche perché il documento del Consiglio degli ingegneri ammette che le stime sono fatte sulla fiducia, diciamo così. Per esempio si presuppone, «sulla carta», che tutte le abitazioni costruite dopo il 2008 siano già a norma, e che, più in generale, alle abitazioni costruite dopo il 2001 (il 5 per cento del totale) basterebbe un ritocchino. E si presuppone che ville e palazzi siano stati sempre costruiti secondo le norme del tempo, e che non ci siano stati abusi edilizi. Ma questo è il paese degli abusi e dei condoni. Si calcola che poco più della metà delle abitazioni italiane (quindici milioni su trenta) è stata costruita prima del 1974, «in completa assenza di qualsivoglia normativa antisismica», e dunque ogni nostra città quasi per intero. Non si calcolano, invece, le situazioni assurde all’italiana, tipo la città cresciuta sul Vesuvio, ad alto rischio sismico, che non andrebbe messa a norma ma rasa al suolo.

 

Forse vi sarete accorti che fin qui abbiamo parlato di «abitazioni residenziali». Poi ci sono gli uffici pubblici (ministeri, scuole, ospedali), quelli collettivi (alberghi, teatri, stadi), e l’immenso patrimonio artistico e culturale, da San Pietro al Maschio Angioino, e fino all’ultima chiesetta medievale sul cocuzzolo della montagna.

 

MATTIA FELTRI, “La Stampa”, 30 agosto 2016

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