La nuova era del monopolio

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(di Joseph Stiglitz, “Internazionale” n.1154, 20 maggio 2016)

 

Esistono due scuole di pensiero su cosa determina la distribuzione del reddito e su come funziona l’economia. Una, che fa capo ad Adam Smith e agli economisti liberali dell’ottocento, è incentrata sui mercati concorrenziali. L’altra sostiene che il liberalismo di Smith porta alla concentrazione della ricchezza e afferma che in mancanza di una regolamentazione i mercati tendono al monopolio. La scelta tra queste due scuole determina l’approccio alla disuguaglianza e all’intervento dello stato.

 

Secondo i liberali ottocenteschi e i loro seguaci moderni, dato che sul mercato vige la concorrenza, il vantaggio di ciascun individuo è collegato al suo contributo sociale – il suo “prodotto marginale”, nel gergo degli economisti. I capitalisti vengono ricompensati perché risparmiano invece di consumare. Le differenze di reddito, perciò, sono correlate alla proprietà degli asset – il capitale umano e finanziario – e per spiegarle bisogna studiare la distribuzione degli asset, a partire da come si tramandano da una generazione all’altra.

 

La seconda scuola di pensiero invece parte dal “potere”, concetto che include la capacità di esercitare il controllo monopolistico o di imporre la propria autorità ai lavoratori. Gli studiosi di questa scuola si concentrano sull’origine del potere e su altri elementi che possono falsare la concorrenza, come lo sfruttamento delle asimmetrie informative.

 

Nel secondo dopoguerra in occidente ha dominato la scuola liberale. Ma con l’aumento della disuguaglianza e dei timori per le sue conseguenze, la teoria che vede il vantaggio individuale in termini di prodotto marginale è sempre meno in grado di spiegare come funziona l’economia. Così la seconda scuola di pensiero sta tornando in auge.

 

In effetti è difficile conciliare i lauti bonus intascati dai dirigenti che hanno mandato le banche in rovina e portato l’economia sull’orlo del collasso con l’idea che la retribuzione individuale sia legata al contributo dato alla società. Storicamente, l’oppressione degli schiavi, delle donne e delle minoranze è un esempio di come le disuguaglianze nascano dai rapporti di potere, non dai ritorni marginali. Nell’economia di oggi molti settori – le telecomunicazioni, i social network, i motori di ricerca, le assicurazioni sanitarie, l’industria farmaceutica e agroalimentare e via dicendo – non possono essere letti attraverso la lente della concorrenza. In questi settori quel poco di concorrenza che c’è è oligopolistica, non è certo la concorrenza “perfetta” descritta nei manuali di economia. Alcuni settori sono price-taker: le aziende sono talmente piccole che non hanno alcuna influenza sul prezzo di mercato.

 

Le ricerche del Comitato dei consiglieri economici (Cea) del governo statunitense indicano un forte aumento della concentrazione di mercato. Dal 1980 al 2010 la quota dei depositi bancari in mano alle prime dieci banche è passata dal 20 al 50 per cento. Questa tendenza è in parte frutto di cambiamenti tecnologici e strutturali: pensiamo alle economie delle reti e alla crescita del terziario su base locale. Ma in parte è dovuto al fatto che le aziende – la Microsoft e le aziende farmaceutiche sono buoni esempi – hanno imparato come creare e difendere le barriere all’ingresso, spesso con l’aiuto di forze politiche conservatrici che giustificano un’applicazione blanda delle norme antitrust perché i mercati sarebbero “naturalmente” concorrenziali.

 

Una parte, infine, nasce dal semplice abuso del potere di mercato: le grandi banche, per esempio, hanno fatto pressioni sul congresso statunitense per modificare le leggi che stabilivano la separazione tra attività bancaria commerciale e altre aree della finanza.

 

Le conseguenze sono evidenti nei dati: la disuguaglianza cresce a tutti i livelli, non solo tra le persone, ma anche tra le aziende. Secondo il rapporto del Cea le imprese più grandi “registrano un utile sul capitale investito cinque volte superiore a quello mediano. Venticinque anni fa il rapporto era vicino a due”. Joseph Schumpeter, uno dei grandi economisti del novecento, sosteneva che non bisogna temere i monopoli perché sono temporanei. Secondo lui la concorrenza serrata per il mercato subentra alla concorrenza sul mercato e fa sì che i prezzi restino concorrenziali. Ma i dati lo smentiscono.

 

Oggi i mercati sono caratterizzati dalla permanenza di alti profitti monopolistici.

 

Le implicazioni sono profonde. Molti dei presupposti teorici delle economie di mercato si basano sull’accettazione del modello concorrenziale, dove il ritorno marginale è commisurato al contributo dato alla società.

 

Questa idea ha contribuito a limitare l’intervento dello stato: se i mercati sono fondamentalmente efficienti ed equi, nessun governo può migliorare le cose.

 

Ma se invece si basano sullo sfruttamento, la ragion d’essere del laissez-faire scompare. Anzi, in questo caso la lotta al potere consolidato non è solo una lotta per la democrazia, ma anche per l’efficienza e la condivisione della ricchezza.

 

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