La rinascita del centro di Palermo

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Arance, broccoli, tonno fresco.

Negli ultimi millecento anni è cambiato poco a Ballarò, per antonomasia il luogo della spesa a Palermo. Sui suoi banchi, aperti ogni giorno lungo i vicoli del quartiere dell’Albergheria, si possono comprare pesce, molluschi e crostacei freschi, frutta e verdura, ma anche articoli per la casa e accessori per cellulari. I venditori urlano, i clienti contrattano, tutti cercano l’affare.

La vita di Palermo è fatta di mercati da secoli, dice l’etno-antropologa Orietta Sorgi, che per conto del governo si occupa della conservazione e valorizzazione del patrimonio siciliano. Le prime menzioni di Ballarò, dice, si trovano nei diari di un mercante di Baghdad, Ibn Hawqal, che di questo grande mercato palermitano scrisse undici secoli fa. “Ballarò ha avuto periodi di crisi, ma l’attività non si è mai fermata”, spiega Sorgi. I venditori però dicono che gli affari vanno male e danno la colpa alla concorrenza della grande distribuzione, che è con prezzi più bassi, ma anche alla pedonalizzazione del quartiere.

Salvatore Cusimano, un farmacista che lavora nel quartiere da vent’anni, sostiene che la qualità della vita è peggiorata. Il degrado del quartiere alimenta la mafia. “Per fare la guerra alla mafia”, dice, “devi dare servizi”. Ma forse è un declino più percepito che reale. E anche se molti palermitani preferiscono i supermercati con l’aria condizionata alle stradine del mercato, dove il sole picchia, a Ballarò i clienti non mancano: sono gli immigrati che si sono stabiliti nei vicoli vicino al mercato e che stanno ripopolando il centro della città.

Fino a pochi anni fa il centro storico di Palermo era quasi disabitato, lasciato in rovina dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale. Tra gli anni cinquanta e gli anni ottanta la mafia in accordo con l’amministrazione locale, distrusse la città: molti degli splendidi edifici liberty che simboleggiavano l’estetica della città sono stati demoliti (alcuni di notte, senza permesso) colate di cemento nascosero i giardini, e sull’asse nord della città spuntarono i casermoni che sono oggi simbolo del “sacco di Palermo. I palermitani furono costretti a trasferirsi verso i nuovi quartieri, e il centro storico è rimasto spopolato, salvo i mercati rionali. La fuga dal centro storico non ha particolarmente intaccato il mercato, che ha continuato la sua attività nonostante il quartiere fosse quasi disabitato. Poi, alla fine degli anni ottanta, sono arrivati in città gli immigrati dal Bangladesh, e si sono stabiliti dove gli affitti erano più bassi: nel centro storico. Poco dopo gli africani arrivati attraverso la Libia hanno fatto lo stesso, e continuano tuttora, sopportando condizioni abitative precarie e la mancanza di servizi.

Negli ultimi dieci anni, i palermitani che hanno lasciato la città sono oltre 29mila, mentre il numero degli stranieri è raddoppiato, e sono quasi trentamila, senza contare quelli che non hanno i documenti.

“Molte zone del centro storico di Palermo sono rimaste vuote per trent’anni”, ricorda Juan Diego Catalano Ugdulena, consigliere comunale. “La città aveva perso la sua identità, ma adesso”, spiega, “gli immigrati la stanno rendendo più viva”. E così oltre al tonno, agli ortaggi e alla frutta maturata al sole, oggi al mercato si vendono più spezie e ingredienti per i polli al curry. “Di solito gli immigrati vivono nelle periferie, ma qui abitano in centro”, osserva Giovanni Zinna, imprenditore sociale. Zinna ha fondato con altri la Moltivolti, uno spazio di lavoro che ospita diverse imprese con annesso ristorante multiculturale, vicino a Ballarò.

Gli immigrati che si sono stabiliti nel centro storico, dice Zinna, sono una benedizione per il mercato, perché “fanno mestieri che i siciliani non fanno più”.

Nuovi arrivi

Ballarò è pieno di persone di ogni etnia. Nel quartiere sono nate varie associazioni culturali per immigrati e la moschea di Palermo dista appena qualche isolato. Qui gli stranieri sono sia esercenti sia clienti delle botteghe e dei banchetti. Frequentando il mercato si ascoltano lingue e dialetti diversi, che si aggiungono al tradizionale “abbanniari” (“gridare”, in dialetto palermitano).

I nuovi arrivati non piacciono a tutti i palermitani.

“Affitti a uno e ci si sistemano in quindici”, dice Francesco Paolo Occhione, un fabbro nato nel quartiere, che lo ha lasciato negli anni settanta per trasferirsi nei palazzi nuovi. Neanche la mafia ha gradito questi sviluppi. Il 4 aprile Yusupha Susso, un ventenne del Gambia, passeggiava per le vie di Ballarò con due amici. Un gruppo di italiani del quartiere, guidato da Emanuele Rubino, 28 anni, li ha insultati e quando i tre hanno reagito Rubino ha sparato in testa a Susso, che è finito in coma.

“È un crimine mafioso, non razzista”, sostiene Massimiliano Lombardo, attivista palermitano che si occupa di startup e istruzione. Secondo Lombardo i palermitani hanno tanti difetti, ma tra questi non c’è l’intolleranza verso gli stranieri: “sono stranieri anche loro”, osserva con una battuta, riferendosi alle origini normanne, arabe e spagnole dei suoi concittadini. In effetti i palermitani hanno reagito all’aggressione con grandi manifestazioni di solidarietà verso Susso, che fortunatamente si è ripreso.

L’aggressore, noto per i suoi contatti con la mafia, è stato arrestato e attende il processo. A motivare il gesto di Rubino non è stata la xenofobia ma il desiderio di marcare il territorio: semplicemente vivendoci, gli immigrati mettono in discussione il dominio della mafia sul centro città.

Fin dai primi del novecento, la mafia esercita il suo potere sulle attività economiche e commerciali di Palermo. Il boss locale pretende il pizzo dai commercianti in cambio del permesso di continuare a fare affari.

I palermitani sono abituati a questa dinamica, ma gli immigrati sono meno disposti a subire e la loro insubordinazione mette in crisi un sistema di controllo vecchio di decenni.

Qualsiasi cosa turbi lo status quo è una sfida lanciata alla mafia: da qui le rappresaglie, compresa l’aggressione a Susso.

Il 23 maggio, a Ballarò, dieci criminali italiani affiliati alla mafia (tra questi anche alcuni familiari di Emanuele Rubino) sono stati arrestati per aver minacciato un gruppo di immigrati e preteso del denaro.

“La mafia è integralista: non userebbe mai i non siciliani, nemmeno come killer”, spiega Leoluca Orlando, sindaco di Palermo. “Cosa nostra è in difficoltà in un contesto in cui le identità non sono omogenee”, aggiunge il sindaco. La sua speranza è che questa mescolanza di culture prosegua, liberando Palermo dal pregiudizio in cui la criminalità mafiosa affonda le radici.

Il multiculturalismo è il cuore dell’ identità della città e, dopo decenni in cui qui non si è visto un immigrato, dice il sindaco, “dobbiamo ringraziare gli immigrati che hanno ridato armonia alla città e ci hanno mostrato il volto umano della globalizzazione”.

Naturalmente non è un processo indolore, ma l’amministrazione cittadina è convinta che gli stranieri possano essere alleati preziosi contro la mafia. Nel 2013 il consiglio comunale ha così istituito la consulta delle culture, formata da 21 persone elette dai cittadini stranieri che vivono a Palermo in rappresentanza di sette diverse aree geografiche del mondo. Alla presidenza della consulta è stato eletto Adham Dawarsha, un medico palestinese di 36 anni.

Secondo Dawarsha è vero che le difficoltà ci sono, ma Palermo è aperta nei confronti degli immigrati. La consulta è in grado di mediare su questioni importanti, come la presenza dei venditori ambulanti in alcune zone del centro. Inoltre si assicura che i minori non accompagnati che arrivano a Palermo provenienti dalla Libia abbiano adeguata assistenza e istruzione. La consulta, insieme al comune, ha proposto la Carta di Palermo, nella quale si afferma il diritto umano alla mobilità internazionale. Il documento ha avuto una diffusione internazionale: è stato presentato al Bundestag, il parlamento tedesco, e al dipartimento di stato americano.

In quanto capoluogo della Sicilia, Palermo occupa una posizione strategica per la rotta libica. Migliaia di migranti che intraprendono la traversata dello stretto di Sicilia per raggiungere l’Italia, sbarcano nel suo porto e poi finiscono nei vicini centri di accoglienza.

Per questo, la risposta della città al problema dei migranti è di enorme importanza, sul piano pratico e su quello simbolico.

E quando migliaia di persone sono scese in strada sotto la pioggia per esprimere sostegno al giovane Susso, l’integrazione non è più apparsa un sogno, ma una realtà che si sta conquistando, a un tanto al chilo, a Ballarò.

 

Annalisa Merelli, Quartz, Stati Uniti, “Internazionale” n. 1161, 8 luglio 2016

 

 

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