La rivolta che mette a dura prova i partiti tradizionali

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Negli ultimi anni i partiti e i movimenti anti-sistema hanno fatto progressi in tutti i paesi democratici. In un primo tempo si sono affermati in diverse nazioni europee, dalla Francia all’Austria, dall’Olanda all’Italia e alla Spagna per arrivare infine alla Polonia e alla Germania, dove la vigorosa affermazione dell’economia e della politica tedesca sembrava offrire un argine invalicabile al loro successo.

 

Negli ultimi mesi il sentimento anti-sistema è emigrato negli Stati Uniti e, attraverso Trump, ha conquistato la leadership del Partito Repubblicano, che da sempre rappresenta il simbolo dell’establishment più forte e influente dell’intero pianeta.

 

A questo punto, pur proseguendo nell’analisi delle diversità nazionali, dobbiamo porci il problema delle caratteristiche comuni di questi movimenti. Se essi hanno un’affermazione sempre più internazionale la spiegazione del loro successo non può essere rinchiusa nelle sole vicende nazionali. La prima considerazione deve partire dal fatto che, per avere successo, questi movimenti hanno progressivamente messo da parte tutte le vecchie mappe ideologiche. Madame Le Pen si è affermata come leader maggioritario in condizione di ambire concretamente alla presidenza della repubblica quando ha preso le distanze dalle radici fasciste del padre. A sua volta il Movimento cinque stelle deve il suo successo al fatto di essere semplicemente anti-establishment e privo di ogni punto di riferimento ideologico. Dove questa evoluzione verso la protesta a 360 gradi non ha compiuto il suo corso, come in Spagna, il progresso di Podemos si è arrestato come di fronte a una barriera insormontabile. Proprio la strategia di intercettare l’angoscia e l’insoddisfazione generale ha prodotto l’inaspettata conseguenza di vedere Trump osteggiato da Wall Street ma in progressione crescente tra le famiglie operaie del Michigan.

 

Anche se capisco di affrontare questi problemi in maniera troppo sintetica, e quindi troppo semplificata, credo che dobbiamo ammettere che questi fenomeni non sono solo il frutto di errori particolari ma di eventi di rilevanza comune a quasi tutti i paesi democratici. Il primo di questi è certamente la paura di fronte al terrorismo e ai fenomeni migratori che, pur essendo antichi come il mondo, hanno assunto un carattere così intenso anche perché si sono mescolati con le guerre e, soprattutto, con la globalizzazione economica. Essa, pur avendo tolto dalla miseria due miliardi di persone, ha infatti sconvolto le strutture dei paesi più sviluppati, mettendo a rischio le certezze economiche di centinaia di milioni di persone. Lo sconvolgimento delle nostre economie è avvenuto con due caratteristiche comuni. La prima è l’aumento delle differenze di reddito in tutti i paesi sviluppati, con il progressivo impoverimento e la progressiva emarginazione della classe media. La seconda caratteristica, indissolubilmente legata alla prima, è il dominio della finanza sull’economia reale. Un fatto di enorme rilevanza perché mentre l’economia reale è profondamente connessa al proprio territorio, la finanza sfugge ad ogni vincolo e corre per le strade del mondo alla ricerca del trattamento fiscale più favorevole.

 

Limitandoci al contesto europeo possiamo ricordare, con un senso quasi di incredulità, che non siamo ancora in grado di costruire non solo una politica condivisa sull’emigrazione ma nemmeno un corpo di guardie di frontiera per proteggere i confini teoricamente comuni tra i 28 (ora 27) membri dell’Unione Europea.

 

La concorrenza fiscale è, a sua volta, divenuta un vero e proprio dogma teologico senza che nessuno rifletta sulle conseguenze ultime di una realtà nella quale la ricchezza scappa da un angolo all’altro del mondo e rimane fissa solo la povertà.

 

Sempre per rimanere in Europa è sembrato del tutto naturale che, nel tempo, il Lussemburgo e l’Irlanda si siano arricchite attraendo, con facilitazioni fiscali, attività economiche prima localizzate in altri paesi. Così come è sembrato del tutto naturale, anche perché conforme alla legge, che prima il più grande gruppo industriale italiano e poi il patrimonio della famiglia che tradizionalmente lo ha posseduto, abbiano trasferito la loro sede verso regimi fiscali più compiacenti.

 

Tutto bene quindi ma il combinato disposto di questi eventi e la conseguente distruzione della classe media stanno provocando la rivolta che sta mettendo a dura prova i partiti tradizionali. Finisce con l’avere importanza secondaria il fatto che i nuovi movimenti non offrano soluzioni concrete e plausibili a questi problemi. Ad essi basta la rivolta di fronte alla debolezza dei partiti tradizionali nell’affrontare questi cambiamenti. Una rivolta che si presenta facilmente vincente perché, se liberata dalle ideologie che dividono, è in grado di aggregare le palesi insoddisfazioni create dalla paura e dall’ingiustizia fino ad arrivare al primato politico senza la necessità di esporre la coerenza e la concretezza di quello che verrà dopo. Penso che i leader che si riconoscono nella nostra democrazia abbiano l’obbligo di reagire rendendosi conto della necessità di adeguare la loro strategia ai problemi che la globalizzazione ha posto di fronte a noi. E spero che lo facciano nella consapevolezza che la loro prevalente difesa dei piccoli interessi nazionali li sta conducendo verso l’irrilevanza.

 

 

Romano Prodi, “il Gazzettino” n.176, 31 luglio 2016

 

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