La voce di Sankara

john berger

 

Qualche giorno fa ho visto un film come non ne avevo mai visti. Si tratta di un documentario di novanta minuti composto di vecchi filmati e video d’archivio che ci permettono di osservare e ascoltare il capitano Thomas Sankara negli anni che vanno dal 1983 al 1987, quando era presidente del Burkina Faso, una piccola repubblica dell’Africa centrale.

Ascoltiamo i suoi discorsi, ridiamo delle sue battute, osserviamo il suo viso, camminiamo insieme a lui, lo guardiamo negli occhi, e siamo incantati dalla sua spontaneità e dalla sua sincerità trasparente.

Tutto ciò che Sankara dice del mondo in cui viviamo è chiaro e vero. Definisce l’imperialismo, il capitalismo

e la cosiddetta economia liberista per quel che sono, e lo fa con una naturalezza e una spontaneità tali

da porsi come un messaggero, il portavoce di coloro – la maggioranza globale – che non vengono mai ascoltati.

Alla fine del film, tuttavia, scopriamo che nel 1987 Thomas Sankara fu assassinato e che l’assassinio fu organizzato da uno dei suoi amici e collaboratori più stretti. Dopo quattro anni al potere, era necessario sbarazzarsi di lui.

La storia ha la tacita fatalità di una tragedia greca.

Restiamo ammutoliti. La tragedia con cui veniamo congedati si è consumata in un punto intermedio tra le parole dette e quel che avviene quando le parole si traducono in azione.

Penso allo spazio tra le intenzioni e la pratica, penso all’amministrazione.

Le ideologie fasciste sono facili da individuare; meno evidenti sono le situazioni pubbliche che inducono un comportamento “fascista”.

Più grande è una folla, più cieche possono essere le sue traiettorie. Di recente, tra i milioni di musulmani in visita alla Mecca per testimoniare la loro fede settecento sono stati uccisi e un altro migliaio feriti dalla pressione e dall’urto della folla innocente di cui erano parte.

La creatività pubblica e popolare ha bisogno di essere guidata e controllata. Quella del controllo è forse la prima virtù umana. È ciò che trasforma l’uomo in homo sapiens. Eppure ha in sé una tentazione. Qualsiasi supervisore, uomo o donna che sia, può essere tentato, per stanchezza o impazienza, di considerare coloro di cui è a capo come esseri per definizione stupidi, duri di comprendonio, inferiori. Allora la supervisione rischia di diventare dispotica e di imporre la dittatura dei superuomini sui sottouomini. Questo rischio è insito in ogni forma di amministrazione.

Quando una folla ha una forte identità collettiva è meno probabile che questo si verifichi, e i supervisori si mantengono modesti.

Oggi però l’esperienza di unirsi o appartenere a un qualsiasi collettivo è diventata rara. Il consumatore è un individuo isolato. La storia è stata ridotta a una categoria di studi accademici. Oggi una folla è spesso un insieme di solitudini. Ecco perché i supervisori si lasciano tentare.

Tutto questo è lontanissimo dal Burkina Faso degli anni ottanta. Eppure, quando osservo ciò che ci circonda adesso e cerco una voce che sappia esprimere quel che vedo, la voce che mi arriva è quella di Thomas Sankara.

 

John Berger, “Internazionale”, 12 febbraio 2016, n. 1140, anno 23

 

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