L’anno della misericordia e un segno dal Vaticano: la spending review

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Il 20 novembre 2016, l’Anno Santo straordinario della misericordia chiuderà i battenti. E, a otto mesi e mezzo dal suo avvio, la porta santa di San Pietro è stata già varcata da 14 milioni di cattolici. Per la precisione, il sito ufficiale del Giubileo parla di 14.202.277 fedeli “registratisi online e giunti nella Città eterna per gli eventi giubilari e per il passaggio della porta santa”. Tradizionalmente, i pellegrini in visita a Roma che partecipano alle cerimonie pontificie sono circa sette milioni l’anno, dunque facendo due conti, grazie a l’Anno Santo le statistiche indicano un aumento di oltre il cento per cento. Tenuto conto che le porte sante aperte per questo Giubileo sono state quasi 12 mila, il dato da approfondire parrebbe piuttosto quello relativo al tasso di “successo” che l’iniziativa di papa Francesco prometteva di generare nel vasto mondo delle comunità cattoliche. Eppure la scarsità di notizie provenienti da santuari e cattedrali, lascia intuire che, senza le enfatizzazioni del sistema mediatico, l’Anno Santo bergogliano sta rimanendo confinato nel folclore ecclesiale romano. Anche per questo, sembra che il Papa sia alla ricerca di un segno “molto forte” per concludere l’anno della misericordia con una chiara indicazione su quella “Chiesa povera, per i poveri” che vorrebbe in uscita e non in eterna sosta sui pianerottoli delle sacrestie. Una possibile idea del Pontefice riguarderebbe quella spending review degli stipendi (spesso, cumulati ad altri due-tre e più ricchi emolumenti) che in Vaticano non si ha mai avuto il coraggio di fare anche a causa del groviglio di amministrazioni, uffici, organismi, comitati, enti, fondazioni che si sono sovrapposti in modo inestricabile durante i secoli. Un desiderio, già espresso chiaramente dal Beato Paolo VI nell’inascoltato motu proprio “Pontificalis domus” del 28 marzo 1968, nel quale l’immenso pontefice del Concilio spiegava come molti “potentati” curiali “continunano a sussistere come cariche puramente onorifiche, senza più corrispondere alla realtà concreta dei tempi”. L’oneroso, e per certi versi parassitario, sistema si è poi intrecciato con quello della vanitosa e spendacciona Chiesa, di cui il Papa sarebbe nominalmente anche il capo, dando vita ad un sistema che, secondo la relazione 2014 della Corte dei Conti, “ha contribuito a un rafforzamento economico senza precedenti della Chiesa italiana, senza che lo Stato abbia provveduto ad attivare le procedure di revisione di un apparato che diviene sempre più gravoso per l’erario”. Se papa Francesco cercava un “segno” che facesse rumore …

 

FILIPPO DI GIACOMO, “IL VENERDI’ DI REPUBBLICA”, 2 SETTEMBRE 2016

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