Le regole dell’erba

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The Economist, Regno Unito

 

In un edificio dall’aria anonima a pochi minuti di macchina dall’aeroporto di Denver, un paziente reso calvo dalla chemioterapia e un paio di turisti stanno osservando la merce in vetrina. Accanto alle tavolette di cioccolata e alle bibite, ci sono maleodoranti pacchetti di muschiosi germogli verdi che portano nomi come Girl scout cookie, Kool aid kush, Power cheese.

 

Nel deposito dietro al negozio, piante dalle foglie appuntite si godono la luce artificiale delle serre a due piani. Sally Vander Veer, la direttrice finanziaria di Medicine Man, uno dei più grandi dispensari di cannabis del Colorado, calcola che in tutto ci saranno quattro milioni di dollari di merce.

 

Negli Stati Uniti, e in tutto il mondo, posti così sono sempre più numerosi. Nel 1996, in seguito a un referendum, la California ha legalizzato la vendita della marijuana per uso medico. Da allora altri 22 stati, più Washington D.C., hanno seguito il suo esempio, e presto il loro numero potrebbe salire a trenta. La vendita di cannabis a pazienti le cui malattie possono essere gravi, lievi o immaginarie è legale in altri paesi del continente americano e d’Europa. Il 10 febbraio anche l’Australia ha annunciato un progetto simile.

 

Il governo canadese ha in programma di legalizzare la cannabis nel 2017: sarà il primo paese dei G7 a farlo. Ma non è detto che rimarrà a lungo la più grande economia della marijuana. Negli Stati Uniti la California è uno degli stati in cui la legalizzazione della marijuana potrebbe essere approvata in contemporanea con le elezioni presidenziali di novembre. La maggior parte degli statunitensi è favorevole a queste novità. E sono sempre di più gli stati che legalizzano la vendita dell’erba per scopi ricreativi: nel 2014 l’hanno fatto il Colorado e lo stato di Washington, l’Oregon ha seguito il loro esempio a ottobre e presto toccherà all’Alaska. Sono tutti posti dove la cannabis è già molto usata. La Giamaica ha legalizzato la ganja per motivi in qualche modo religiosi, la Spagna ne consente la coltivazione e la vendita tramite piccole organizzazioni, e l’Uruguay prevede di autorizzarne il commercio per scopi non terapeutici entro agosto.

 

 

LA SALUTE DEI CONSUMATORI

 

I fautori della legalizzazione sostengono che, oltre a rendere tutti più liberi, un mercato regolamentato protegge i consumatori, fa risparmiare soldi alla polizia, aumenta le entrate dello stato e toglie risorse alla criminalità.

 

Anche se ci vorranno anni per verificare se queste affermazioni sono vere, i primi risultati sono incoraggianti: alle mafie è stata sottratta una grande fetta di mercato, migliaia di giovani non sono stati schedati dalla polizia e centinaia di milioni di dollari sono stati legalmente guadagnati e tassati. E non c’è stata nessuna esplosione dei consumi né dei reati legati alla droga.

 

Le regole sull’uso e la vendita della cannabis dovrebbero dipendere dai benefici che si vogliono ottenere con la legalizzazione e dai danni che si vogliono limitare. La prima cosa da prendere in considerazione è la tutela dei consumatori. Per quanto è stato verificato finora, è praticamente impossibile morire di overdose di marijuana. Ma questa sostanza ha comunque i suoi lati negativi.

 

Sotto il suo effetto si possono combinare diversi guai: negli ultimi due anni in Colorado almeno tre morti sono state associate all’uso della cannabis (una caduta, un suicidio e un presunto caso di omicidio, in cui l’imputato ha sostenuto di aver agito sotto l’effetto della droga) e si è registrato anche un aumento della percentuale di automobilisti coinvolti in incidenti risultati positivi alla cannabis.

 

Per sfruttare al massimo certi vantaggi, tuttavia, la legalizzazione non basta. Se si vuole vivere al di fuori della legge, per citare una frase di Bob Dylan, bisogna essere onesti.

 

Ma per rispettare la legge, servono delle regole. L’attività di Medicine Man, spiega Vander Veer, è regolata da un manuale di norme spesso cinque centimetri. I danni cronici della cannabis sono ancora oggetto di dibattito. L’ uso continuato è associato ad alcuni disturbi mentali, ma i ricercatori non sono riusciti a stabilire il rapporto tra causa ed effetto. Secondo una ricerca di Jonathan Caulkins della Carnegie Mellon University, chi fa uso di cannabis dichiara che il consumo gli ha creato problemi al lavoro o a casa più di frequente rispetto a chi beve alcool.

 

Tuttavia il paragone è fuorviante, perché spesso usare la cannabis vuol dire violare la legge. Per questo le persone che lo fanno hanno più spesso problemi. È comunque evidente che l’erba, per usare le parole di Caulkins, è una droga che “riduce il rendimento”.

 

Senza contare che smettere non è facile: negli Stati Uniti il 14 per cento delle persone che hanno fatto uso di erba nell’ultimo mese ha una dipendenza, definita secondo criteri medici. Come nel caso dell’alcol e del tabacco, circa l’80 per cento del consumo è attribuibile a un 20 per cento di consumatori forti. Caulkins ha calcolato che più della metà della cannabis usata negli Stati Uniti è consumata da persone che sono sotto l’effetto della droga per metà della giornata.

 

C’è poi il fatto che gli effetti della cannabis sulla salute pubblica non dovrebbero essere studiati in modo isolato: se chi fuma erba smette di consumare alcol o sigarette, il vantaggio è evidente; ma se, invece, considera la marijuana complementare al tabacco e all’alcol, allora un aumento del consumo di cannabis può diventare un serio problema di salute pubblica.

 

Per il momento non si sa ancora quale delle due circostanze sia più frequente. Da un’analisi di vari studi (soprattutto statunitensi) condotta dall’istituto di ricerca Rand corporation, sono emersi dati contrastanti sul rapporto tra cannabis e alcol. La domanda di tabacco sembra aumentare parallelamente a quella di marijuana. Le due sostanze, infatti, sono difficili da separare dato che, almeno in Europa, spesso vengono fumate insieme. I dati relativi alle altre droghe sono più limitati. Chi propone di adottare il sistema olandese dei coffee shop, che consente l’acquisto e l’uso di cannabis solo in luoghi specifici, sostiene che la legalizzazione impedirebbe ai consumatori di entrare in contatto con gli spacciatori, con il conseguente rischio di passare a droghe pesanti. Ci sono prove inoltre che la marijuana è usata come sostituto degli oppioidi che richiedono la prescrizione medica, come l’OxyContin, un medicinale che uccide quindicimila statunitensi ogni anno. In passato si pensava che le sigarette fossero il primo passo verso la cannabis, che a sua volta avrebbe portato alle droghe pesanti.

 

Ma potrebbe essere vero anche il contrario: l’erba potrebbe ridurre l’uso di oppioidi, ma favorire il consumo di tabacco.

 

 

GIUSTO EQUILIBRIO

 

I pericoli e i danni di una sostanza non sono di per sé un buon motivo per renderla illegale.

 

Ma le prove di cui disponiamo fanno pensare, anche a molti sostenitori della legalizzazione, che il consumo di cannabis vada comunque scoraggiato. Il modo migliore per farlo è mantenere alto il prezzo: per i giovani e per chi fa grande uso di marijuana potrebbe essere un buon deterrente.

 

Inoltre, l’idea di mantenere alto il prezzo con le tasse è politicamente più convincente e fa passare in secondo piano i timori per la salute pubblica. I promotori della legalizzazione in California insistono molto sul miliardo di dollari all’anno che entrerebbe nelle casse dello stato.

 

Stabilire il giusto livello di tassazione, però, non è facile. Se è troppo basso, si rischia di incoraggiare l’uso. Se si mira troppo in alto, si rischia di perdere un altro dei vantaggi della legalizzazione: la fine del mercato nero.

 

Per valutare i pro e i contro di queste due strategie basta considerare i casi del Colorado e dello stato di Washington. Il Colorado ha fissato un’aliquota piuttosto bassa, il 28 per cento, e concede facilmente le licenze per aprire dispensari. Washington ha stabilito una tassazione più alta, pari al 44 per cento, ed è molto più rigorosa nel concedere le licenze per la coltivazione e la vendita. Nel 2014 a Seattle il prezzo medio era di 25 dollari al grammo, rispetto ai 15 del Colorado. Sul mercato nero, invece, il prodotto, in genere di qualità inferiore, costava circa dieci dollari in entrambi gli stati.

 

L’effetto della legalizzazione sulle attività criminali sembra sia stato quello che tutti avevano previsto. Le autorità del Colorado calcolano che le vendite legali – pari a circa 90 tonnellate all’anno – oggi soddisfino il 70 per cento della domanda. Il resto è coperto da una sorta di mercato “grigio”: erba coltivata legalmente ma venduta illegalmente.

 

Nello stato di Washington, invece, nel 2014 le vendite autorizzate rappresentavano solo il 30 per cento del commercio di cannabis. Quasi tutti concordano sul fatto che i prezzi bassi del Colorado abbiano danneggiato di più la criminalità organizzata.

 

Anche l’Uruguay sta valutando se stabilire prezzi simili a quelli praticati dagli spacciatori.

 

“Vogliamo competere con il mercato illegale sul prezzo, la qualità e la sicurezza”, dice Milton Romani, segretario generale della Junta Nacional de Drogas di Montevideo.

 

Per evitare che i prezzi bassi ne incoraggino l’uso, il paese limiterà la quantità di marijuana che può essere venduta a una singola persona nell’arco di un mese. Negli Stati Uniti, dove una limitazione simile probabilmente non sarà mai accettata, sarà più difficile tenere il prezzo dell’erba legale abbastanza basso per impedire al mercato nero di incoraggiarne l’uso.

 

In realtà, sembra che in Colorado, dopo la legalizzazione, il consumo sia aumentato tra gli adulti e tra i giovani sotto i 21 anni, che in teoria non potrebbero acquistare la cannabis legalmente. Questa tendenza, comunque, era già stata individuata prima della legalizzazione.

 

Se il mercato nero si riducesse in modo significativo, in un secondo momento le tasse potrebbero aumentare e tornare ad essere un deterrente. I precedenti ci sono.

 

Quando nel 1933 finì il proibizionismo, Joseph Choate, della Federal Alcohol Control Administration, consigliò al governo statunitense di “mantenere la tassazione sugli alcolici relativamente bassa in un primo periodo per permettere all’industria legale di essere più competitiva di quella illegale”.

 

Secondo i suoi calcoli, una volta “estromessa la criminalità organizzata dal settore, le tasse sarebbero potute aumentare”. Le cose andarono così.

 

Barbara Brohl, che dirige l’agenzia delle entrate del Colorado, spiega che in futuro si potrebbe collegare la tassazione al livello di tetraidrocannabinolo (thc, il principio attivo che produce l’effetto inebriante) nella cannabis. Ma la rapidità con cui sono state stabilite le regole – la vendita è cominciata poco più di un anno dopo l’approvazione della legge d’iniziativa popolare che la consentiva, nel novembre del 2012 – ha costretto l’autorità ad agire in fretta. “Stiamo costruendo l’aeroplano in volo”, dice.

 

L’Uruguay – che vuole essere “un mercato regolamentato, non un mercato libero”, come spiega Romani – sta pensando a un modo più diretto per scoraggiare il passaggio alle droghe pesanti. I dispensari venderanno solo i tre tipi di cannabis autorizzati dal governo, con percentuali di thc che vanno dal 5 al 14 per cento. E le tasse saranno fissate in proporzione.

 

Negli Stati Uniti, la regolamentazione della vendita della cannabis è ancora piuttosto indietro.

 

Le imposte stabilite dagli stati che l’hanno legalizzata sono facili da applicare, ma potrebbero spingere i consumatori verso varietà più forti.

 

Nelle varietà vendute da Medicine Man, per esempio, la concentrazione di thc varia dal 7 a più del 20 per cento. Il prezzo, però, è quasi lo stesso, e anche il livello di tassazione. Certo, a qualcuno piace l’erba leggera, ma nel complesso, dice Vander Veer, le varietà più forti sono le più richieste.

 

Oggi la marijuana venduta a Denver ha in media il 18 per cento di thc, circa tre volte in più della cannabis messicana di contrabbando che un tempo dominava il mercato.

 

 

CIOCCOLATA E CARAMELLE

 

Un altro problema che i legislatori devono affrontare è quello delle diverse modalità di assunzione della cannabis. I prodotti più venduti sono quelli commestibili: tavolette di cioccolato, bevande, leccalecca e caramelle.

 

Esistono anche gocce da mettere sulla lingua o nelle sigarette elettroniche.

 

L’azienda californiana Foria vende perfino un lubrificante vaginale contenente il thc.

 

La popolarità di questi prodotti è probabilmente destinata ad aumentare. I consumatori apprezzano la discrezione con cui possono essere usati, e gli imprenditori il fatto che la loro produzione può essere facilmente automatizzata, non essendo necessario raccogliere i germogli a mano. Con questi prodotti, però, si rischia di consumare più cannabis. Un tiro di spinello fa subito effetto, un dolce o una bevanda possono metterci un’ora o due. I consumatori inesperti a volte mangiano un quadretto di cioccolato, non sentono nulla e ne mangiano ancora, per poi passare le 12 ore successive sotto allucinazioni.

 

Inoltre, questi nuovi modi di assumere la droga rischiano anche di attirare nuovi clienti. Vander Veer afferma che i prodotti commestibili sono perfetti “per abituarsi alle sensazioni che dà il thc”. Sono particolarmente apprezzati dalle donne, dagli anziani e dai nuovi consumatori. Se si pensa che la cannabis sia praticamente innocua, questo non è certo un problema. Ma se si vuole contenere il consumo, lo diventa. Le tre morti causate dalla marijuana in Colorado erano tutte legate al consumo di prodotti commestibili. Gli ospedali dello stato hanno anche riscontrato un aumento di bambini che hanno ingerito le caramelle al thc dei genitori. Per questo le autorità hanno imposto regole più rigide, chiedendo etichette specifiche, contenitori a prova di bambino e una suddivisione più chiara delle porzioni.

 

Le novità che si sono viste finora sono solo un assaggio di quello che in futuro potrebbe venire in mente ai produttori. Appena atterrati all’aeroporto di Denver – che non a caso è una delle destinazioni più popolari per le vacanze di primavera degli studenti – potete chiamare una limousine che vi porterà subito a un dispensario, permettendovi di fumare tranquillamente sul sedile posteriore. Si può seguire un corso di cucina alla cannabis, o iscriversi a una lezione collettiva per imparare a rollare spinelli. I dispensari offrono buoni sconto, punti fedeltà, happy hour e usano tutti i trucchi del marketing.

 

La legalizzazione ha anche aperto la strada alla nascita dei marchi. Il rapper Snoop Dogg, per esempio, ha lanciato una gamma di prodotti dalle confezioni vistose chiamati Leafs by Snoop. La fondazione Bob Marley ha prestato il suo nome a una serie di varietà di marijuana. I marchi, però, hanno bisogno di pubblicità. E la pubblicità potrebbe incoraggiare il consumo. Negli Stati Uniti molti vorrebbero seguire l’esempio dell’Uruguay e vietare qualsiasi tipo di réclame alla cannabis, ma la Costituzione lo impedisce. Quando il Colorado ha proibito la pubblicità nei luoghi frequentati per più del 30 per cento da minorenni, due riviste si sono opposte al divieto appellandosi alla libertà di parola, anche se poi hanno rinunciato alla causa che avevano intentato contro lo stato del Colorado.

 

Oltre a usare la pubblicità, le aziende che producono cannabis stanno diventando molto più attive nel fare pressioni sui politici. Nelle campagne per la legalizzazione, i sostenitori del sì spendono molto più di quelli del no: in Alaska il rapporto è di quattro a uno, nell’Oregon supera il cinquanta a uno. I sostenitori ricchi sono di grande aiuto. In California Sean Parker, che ha guadagnato miliardi con internet, ha donato un milione di dollari alla causa.

 

In alcuni stati, le raccolte di firme per presentare petizioni sono state appoggiate dagli stessi soggetti che sperano di entrare nel commercio della marijuana una volta che sarà legalizzata. Nel novembre del 2015 gli elettori dell’Ohio hanno respinto una proposta che avrebbe consentito alle aziende che l’avevano appoggiata di costituire un oligopolio.

 

I problemi di regolamentazione cresceranno parallelamente alle dimensioni dell’industria. Al momento, le grandi aziende produttrici di alcol e tabacco negano di essere interessate al settore. Ma Brendan Kennedy, amministratore delegato della Privateer Holdings, una società di investimenti privata che opera soprattutto nel settore della marijuana, racconta che molti distributori di alcol hanno già puntato sulla cannabis.

 

 

BIG POT

 

In ogni caso, prima o poi nel settore emergeranno delle grandi aziende. Sam Kamin è professore di diritto all’università di Denver ed ha collaborato alla stesura della normativa del Colorado. Secondo lui un’eventuale legalizzazione a livello federale, che autorizzerebbe il commercio tra stati, potrebbe rendere la coltivazione della cannabis simile a quella del luppolo, concentrata in tre stati: Washington, Oregon e Idaho. La nascita di grandi aziende che riforniscono il mercato nazionale farebbe scendere i prezzi, cancellando le piccole imprese locali o relegandole in una nicchia.

 

Finora, l’industria della cannabis è stata aiutata dal fatto che molte persone di sinistra, che normalmente si opporrebbero alla vendita di sostanze dannose per i giovani, sono decisamente favorevoli alla legalizzazione. La situazione potrebbe cambiare se la lobby della cannabis sul lungo periodo smettesse di preoccuparsi del problema del contenimento del commercio, pur sapendo che un’esplosione della domanda potrebbe avere dei contraccolpi sugli affari. Una prospettiva simile potrebbe anche spingere alcuni stati a legalizzare la cannabis prima che siano i cittadini a prendere l’iniziativa.

 

La messa a punto del sistema in vigore in Colorado, dice Kamin, è stata particolarmente difficile perché il referendum del 2012 prevedeva l’inserimento della legalizzazione nella Costituzione dello stato. Come ipotizza Brohl, la direttrice dell’agenzia delle entrate del Colorado, altri stati “potrebbero preferire che le regole in materia siano stabilite da una legge e non dall’iniziativa popolare”.

 

Stati diversi, legalizzeranno la cannabis in modo diverso. Alcuni non lo faranno affatto, altri commetteranno errori che poi dovranno correggere. Ma chi si muoverà per primo influenzerà in modo significativo chi arriverà dopo, stabilendo norme che dureranno nel tempo. Per questo è necessario capire bene cosa è opportuno regolamentare e cosa no. Una regolamentazione eccessiva rischia di annullare i principali vantaggi della liberalizzazione. Ma, come è stato dimostrato con l’alcol e il tabacco, introdurre norme più severe in un secondo momento è molto complicato.

 

INTERNAZIONALE n. 1149, 15 aprile 2016

 

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