Il liberismo, padre del consumismo e degli speculatori petroliferi

dollari

 

L’Internazionale n. 1142 scrive: “Almeno tremila barili di greggio sono finiti nei fiumi Chiriaco e Maranòn, nel Perù nordoccidentale, a causa delle perdite in un oleodotto della compagnia statale PetroPerù. La comunità indigena achuar è stata la più danneggiata. Il 17 febbraio il governo peruviano ha dichiarato un’emergenza sanitaria di novanta giorni perché l’acqua era seriamente contaminata. “Le conseguenze ambientali di questo incidente”, scrive EL COMERCIO in un editoriale, “sono terribili e l’unica responsabile è l’azienda PetroPerù. Ancora più grave è il silenzio complice della maggior parte dei politici peruviani”. Da giorni, scrive il quotidiano, le comunità locali possono mangiare solo banane e yucca”.

 

Michele Serra, nella sua rubrica di Repubblica, il 25 febbraio diceva: “Dati diffusi ieri dicono che a fronte di un sensibile aumento del risparmio (4 per cento) i consumi degli italiani sono aumentati solo di pochi decimali. Se ne traggono desolate considerazioni sulla persistenza della crisi. Non essendo un economista, e dunque potendo parlare della questione con assoluta spensieratezza, avanzo l’ipotesi che NON ci sia più una relazione “meccanica” tra denaro disponibile e consumi. Una quota indefinibile di persone (probabilmente una minoranza: comunque molto consistente), avendo già raggiunto un decente livello di benessere, ha bisogno (o ha deciso) di comperare un po’ di meno rispetto a prima.

Se ne discute da anni, ma il concetto di sazietà, a qualunque livello di soddisfazione dei bisogni lo si voglia collocare, non è contemplato da alcuna analisi economica o politica. Si dà per scontato che il desiderio di possedere cose sia in costante e perenne ascesa, una specie di vocazione naturale dell’essere umano, e al tempo stesso un implicito obbligo sociale. La politica è inchiodata a quel paradigma; non ne contempla altri, e per questo deperisce; l’Amaca se ne lamenta, nel suo piccolissimo, da tempo immemorabile, come i lettori sanno. Eventuali ripetizioni di questa piccola litania (non si può essere costretti a consumare sempre di più, e in eterno) sono conseguenza della costante ripetizione della litania opposta: o consumate sempre di più o il mondo va in rovina”.

 

Quelli esposti dall’Internazionale e da Repubblica sono solo due esempi di caratteristiche del modus vivendi che impera nella nostra società, dominata dal liberismo. Tanto auspicato dai ricchi come l’ex cavaliere ancora presidente del Milan, il liberismo fa maneggiare il petrolio dai potenti che lo scambiano come fosse frutta, indifferenti al fatto che inquina prima di tutto l’aria, essendo utilizzato come combustibile esso e i suoi derivati, e poi troppo spesso rovina l’acqua, come nell’incidente in Perù succitato e come molte altre volte in molti, troppi incidenti di petroliere che spargono l’infame liquame sui mari causando catastrofi ambientali dalle quali la natura ne esce gravemente danneggiata. Lo smog, padre del surriscaldamento globale che sta causando fra le altre cose la desertificazione dei territori meridionali della nostra penisola, è una delle principali cause di morte prematura fra gli esseri umani. Le fonti alternative di energia non sono appetibili per il liberismo. Gli hamburger fatti con carni industriali lo sono, e poi praticamente tutta la merce di consumo, come dice Serra. Dobbiamo consumare, spendere, comprare anche se non ne abbiamo bisogno realmente, dobbiamo lavorare per il liberismo, cambiare automobile, prendere il telefonino ultima generazione, seguire la pubblicità alla tv fra un film e l’altro ma da decenni anche in mezzo al film, che risulta essere così un’opera d’arte rovinata, dalle tv commerciali soltanto una volta, ma adesso purtroppo anche dalla Rai.

Il nostro destino è questo: respirare l’aria inquinata dal petrolio, rinunciare a bere l’acqua rovinata dallo stesso, lavorare perché i ricchi lo siano sempre di più e spendere per consumare a più non posso, senza curarci troppo se ne va della nostra salute. Era questo che volevano i nostri padri per noi? E’ questo che noi vogliamo lasciare in eredità ai nostri figli? Un mondo senza ghiacciai, con l’aria inquinata, pieno di deserti, dove pochi ricchi se la spassano e gli altri se non muoiono di fame vivono per lavorare e per consumare?

Fabio Benetti, 26 febbraio 2016

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