L’India è la nuova meta del turismo medico

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Per essere un ragazzo gracile e ritroso, Mahdi Rahman ha degli obiettivi sorprendenti. “Voglio diventare un poliziotto”, dice fermandosi a metà della frase per riprendere fiato, “e giocare a calcio come Cristiano Ronaldo”. Seduto accanto al suo letto, Abdullah Rahman sorride senza molta convinzione. Mahdi, studente di scuola superiore, ha ancora il petto avvolto dalle bende dopo che una settimana fa ha subìto un delicato intervento al cuore. “Chissà cosa diventerà”, dice Abdullah, “spero solo che guarisca in fretta così potremo tornare a casa”. Per i Rahman casa è Ghazni, nell’Afghanistan orientale, a mille chilometri dalla sfarzosa Gurgaon, la città alla periferia di New Delhi, dove Mahdi è stato operato.

In un primo momento Abdullah, 59 anni, un salario misero e una famiglia numerosa da mantenere, era spaventato dall’idea di andare in India. Ma sapeva di potersi fidare, perché tutti vanno lì.

Negli ultimi dieci anni l’India ha registrato la crescita più rapida tra le mete internazionali per l’assistenza sanitaria. In particolare accoglie pazienti provenienti da paesi come l’Afghanistan, l’Iraq, lo Yemen, il Sudan, la Repubblica Democratica del Congo e la Somalia, dove anni di guerre hanno decimato le infrastrutture sanitarie pubbliche: dei quasi 400mila stranieri che vanno a curarsi in India ogni anno, metà viene da questi paesi. Tra gli interventi più richiesti, ci sono trapianti di midollo osseo, operazioni di chirurgia ricostruttiva, trapianti di cuore, terapie per contrastare i tumori, cure ortopediche e neurologiche. “Assistiamo anche molti pazienti con ferite provocate da frammenti di proiettile, con amputazioni, ustioni e cecità causate dalla guerra”, dice Atamjot Grewal, della Fortis healthcare, una catena di ospedali privati indiana.

Per anni le mete asiatiche predilette del settore sono state Singapore e la Thailandia. Ultimamente, però, a queste si sono aggiunte Chennai, New Delhi e Mumbai. Secondo uno studio, il mercato indiano delle cure mediche di qualità fornite a stranieri potrebbe ricavare tra i 7 e gli 8 miliardi di dollari entro il 2020, più del doppio rispetto a oggi.

Salim Hussain, 51 anni, è originario di Kazmia, non lontano da Baghdad: ha venduto la macchina e si è fatto prestare altri quattromila dollari per potersi sottoporre a un intervento cardiaco a New Delhi. “La guerra ha rovinato il mio paese. La maggior parte dei medici è fuggita in Europa, gli ospedali sono mal equipaggiati e i macchinari vecchi”, spiega Hussain. “Non mi sarei mai potuto permettere di andare negli Stati Uniti o nel Regno Unito. Non ci sarei riuscito nemmeno se avessi venduto me stesso”, dice ridendo.

Negli ospedali indiani si fanno interventi a un decimo di quel che costerebbero negli Stati Uniti, e a un terzo di quanto li si pagherebbe in Thailandia. “Molti dei nostri medici hanno studiato e lavorato all’estero sono altamente specializzati”, dice Grewal. Le grandi catene di ospedali privati offrono pacchetti con alloggio, servizi d’interpretariato e una particolare attenzione alle necessità alimentari e culturali dei pazienti. Inoltre alcune strutture hanno programmi filantropici attraverso i quali raccolgono fondi di donatori indipendenti e agenzie umanitarie internazionali per fornire cure a pazienti, soprattutto bambini, provenienti da famiglie che dispongono di risorse limitate.

La burocrazia contro

Nonostante la crescita e l’aumento dei profitti, in India il settore delle cure mediche deve affrontare sfide molto specifiche. Secondo Anas Wajid, direttore delle vendite del Max hospital di New Delhi, gli ostacoli burocratici spesso rendono l’esperienza del trattamento medico molto più stressante del necessario. “A differenza di quanto succede in Thailandia, dove ogni paziente ottiene un visto per cure mediche al momento dell’arrivo, l’India non ha un sistema diretto di concessione dei visti. Un visto per cure mediche costa più di uno turistico e richiede scartoffie inutili”, si lamenta Wajid.

L’assenza di un sistema normativo per il settore favorisce i mediatori che approfittano dei pazienti. “Per molte persone che hanno risorse limitate e non conoscono la lingua, affidarsi a un medico straniero è un grande atto di fiducia. È un peccato che, nonostante gli sforzi, molte di loro vengano imbrogliate”, aggiunge Wajid.

Nishtha Chugh, The Diplomat, Giappone, INTERNAZIONALE n. 1169, 2 settembre 2016

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