L’utopia pragmatica del reddito di base

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Cosa fareste se qualcuno vi desse qualche centinaio di euro al mese da spendere come vi pare? Lascereste il lavoro?

 

Fareste un corso e cerchereste un impiego migliore? Passereste più tempo con i figli?

 

Fareste riparare la caldaia?

 

Mangereste meglio? Non è una provocazione. Sono sempre di più gli intellettuali e gli attivisti, dagli imprenditori della Silicon valley ai filosofi conservatori, convinti che la soluzione a problemi come la disuguaglianza di reddito, l’automazione e la differenza di retribuzione tra uomini e donne sia introdurre un reddito di base incondizionato.

 

L’idea di versare una cifra fissa ad ogni cittadino non è nuova. Se ne parla da secoli, e per secoli i suoi sostenitori sono stati definiti utopisti o folli. Ma la follia si sta trasformando in realtà. La Finlandia sta considerando la possibilità di assegnare ai suoi cittadini uno stipendio fisso di ottocento euro al mese, e la città olandese di Utrecht sta valutando un esperimento simile. A giugno nella Svizzera si terrà un referendum sul reddito di base.

 

Le campagne per sostenere quest’idea stanno spuntando come funghi in tutto il mondo. Negli Stati Uniti il finanziatore di start up Y Combinator ha destinato dei fondi alla verifica di questa teoria. In Germania un’iniziativa di crowdfunding chiamata Mein Grundeinkommen (il mio reddito di base), il cui obiettivo è assegnare uno stipendio di base al maggior numero di persone possibile, ha già raccolto 250mila donazioni. “Il reddito di base significa ridistribuire il potere”, mi ha spiegato Michael Bohmeyer, un ex imprenditore che gestisce Mein Grundeinkommen. “Si basa sulla fiducia nelle persone. Concede alla gente la libertà di dire no e chiedersi ‘Come voglio vivere davvero?’. Il reddito di base non è un’idea di sinistra o di destra. È un’idea umanista. Rafforza gli esseri umani rispetto al sistema, dandogli la libertà di ripensarlo”.

 

È il genere di libertà che suona come una bestemmia per ogni economista liberista. Nella concezione attuale dell’economia, gli individui possono scegliere come farsi sfruttare, ma non di sfuggire allo sfruttamento, a meno che non nascano già ricchi. Il reddito di base vuole cambiare questo stato di cose, non solo perché è la cosa giusta da fare ma perché presto la crisi dell’occupazione non lascerà altra scelta ai governi. “Se non separiamo il lavoro dal reddito, le persone dovranno competere sempre più spesso con i computer, e perderanno prima di quanto pensiamo”, spiega Bohmeyer.

 

“Il risultato sarà la disoccupazione di massa, dopodiché non ci saranno più soldi per alimentare i consumi”.

 

Gli esperimenti di Bohmeyer hanno dato risultati migliori di quanto immaginava. Finora 39 persone scelte a caso hanno ricevuto mille euro al mese, e quasi nessuno ha trascorso i dodici mesi dell’esperimento girandosi i pollici. Uno ha lasciato il suo posto in un call center per fare un corso da insegnante di asilo. Un altro ha scoperto che eliminare lo stress legato al lavoro e ai soldi ha guarito le sue malattie croniche.

 

Quasi tutti hanno cominciato a dormire meglio, a preoccuparsi meno e a concentrarsi di più sulla vita familiare. Che aspetto avrebbe la società se tutti potessero permettersi questa libertà, se il progresso della tecnologia e della produttività potesse portare beneficio a tutti e non solo ai più ricchi? Il reddito di base è un’idea semplice, pragmatica e incredibilmente radicale allo stesso tempo. È semplice perché è l’unica soluzione concreta all’aumento della disuguaglianza, all’invecchiamento della popolazione e all’imminente fine del lavoro salariato. È pragmatica perché il reddito di base è una cosa rara, come un unicorno socioeconomico: è un compromesso che è stato giudicato positivamente da tutti, dal Financial Times alle femministe, dai tecnomilionari libertari ai giovani militanti di sinistra. Infine è radicale perché spinge a ripensare la struttura economica ed etica del capitalismo neoliberista che ha governato le nostre vite per generazioni. Tutto ciò che serve è che ci fidiamo gli uni degli altri.

 

Il principio organizzativo dell’economia moderna è che, senza la minaccia della povertà, la gente non sarebbe motivata a lavorare. Secondo questa tesi non esiste alcuna intraprendenza individuale né spirito di comunità: se fosse per loro gli esseri umani resterebbero seduti sul divano a mangiare patatine fino all’estinzione della specie. Dunque la paura è indispensabile.

 

L’idea di un sistema economico basato sulla fiducia piuttosto che sulla paura sembra uscita dalle favole. Ma mentre cresce il numero di mansioni affidate alle macchine e il lavoro salariato è sempre meno credibile come base dell’organizzazione sociale, anche i governi più conservatori potrebbero ritrovarsi senza alternative.

 

Possiamo scegliere di permettere alla paura di indirizzare la nostra vita e faticare sempre di più per sopravvivere al collasso del sistema. Oppure possiamo scegliere di fidarci gli uni degli altri abbastanza da permettere a tutti di godere dei frutti della tecnologia. È un’idea folle, impensabile. Ma è anche l’unica soluzione che abbiamo.

(Laurie Penny, “Internazionale” n. 1150, 22 aprile 2016, anno 23)

 

 

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