Lutti fasulli

domenico starnone

 

Domenico Starnone, “Internazionale” n. 1145, 18 marzo 2016

 

Abbiamo una discreta propensione a dichiarare la morte di questo e di quello. Salvo poi scoprire, si sa, che quasi tutte le morti annunciate non si sono verificate. I dialetti, per esempio, sono stati da tempo dati per defunti, ma basta un viaggio in treno, seconda classe, da nord a sud o viceversa, per accorgersi che, se erano morti, sono risorti.

 

Stesso discorso per molti altri decessi. Negli anni è morta la scrittura, è morto il libro cartaceo, è morto naturalmente il romanzo, è defunta la trama, è collassata la passione politica, eccetera. Ma occhio: si scrive più che in qualsiasi altra epoca, il libro di carta è ancora lì, i romanzi sono sopravvissuti, la politica farà pure ribrezzo ma la passione c’è.

 

Il sospetto, in non pochi casi, è che dichiariamo morto ciò che non fa per noi. Per esempio, se uno pensa alla fatica che costa la politica vera – quella che ti travolge notte e giorno per amore del bene comune –, dire schifati che è morta ci fa meno colpevoli che ammettere: ho altro da fare, non me la sento. Stesso discorso per il libro cartaceo.

 

Meglio darlo per spacciato che confessare: non leggo un bel niente. E il romanzo, la trama? Be’, ci vuole talento, fantasia, competenza, un mondo. Se non ce li ho a sufficienza, farei bene a dichiararlo e sperimentare altre vie espressive. Invece no, grido a scadenze fisse: la trama è becera, il romanzo è morto.

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