Movimenti dell’est

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Negli ultimi anni i Balcani sono stati teatro di grandi mobilitazioni sociali che hanno messo radicalmente in discussione i modi e gli sviluppi della transizione alla democrazia. La promessa del paradiso, che avrebbe dovuto realizzarsi dopo lo smantellamento del sistema socialista, è ormai logora ed è stata sostituita dal mito di un’“altra transizione”, che dovrebbe trasformare paesi con economie e istituzioni democratiche deboli e basate sulla corruzione in nazioni stabili all’interno dell’Unione europea. Una nuova e migliore versione del paradiso, in altre parole.

 

Con questo espediente, i politici si sono liberati della responsabilità per il fallimento dei sistemi istituzionali ed economici che loro stessi hanno creato, rimandando tutto a un futuro ancora indefinito.

 

Alla base delle proteste di massa che si sono svolte di recente in molte città dei Balcani ci sono le insostenibili condizioni sociali in cui vive la maggior parte degli abitanti delle repubbliche dell’ex Jugoslavia.

 

Il fatto che le mobilitazioni, e i movimenti che le hanno alimentate, non abbiano trovato nessun referente all’interno dei partiti tradizionali è un segno dell’adesione al pensiero neoliberista che oggi domina il panorama politico nei paesi della regione.

 

I movimenti nati di recente parlano una lingua che supera le ormai usurate banalità dei dibattiti sulle riforme europee.

 

Inoltre, ignorano completamente qualunque riferimento all’appartenenza etnica o nazionale, cercando invece di occuparsi direttamente delle condizioni sociali dei cittadini e di affrontare i loro problemi concreti.

 

La destabilizzazione politica che questi movimenti hanno portato con sé, in un contesto contrassegnato da profonde disuguaglianze, non ha finora comportato alcuna minaccia per la sicurezza regionale.

 

Anzi, i movimenti hanno generato concrete iniziative di solidarietà in Slovenia, Croazia, Bosnia Erzegovina, Serbia e Macedonia.

 

Eppure, secondo alcuni articoli pubblicati recentemente sulla stampa internazionale la crisi in atto sarebbe il preludio di nuovi conflitti etnici. In questo modo i mezzi d’informazione occidentali non fanno che riproporre le vecchie narrazioni cariche di esotismo e già usate in occasione delle passate guerre balcaniche, inserendole a forza nelle loro analisi. Il messaggio simbolico di questi articoli è che i cittadini dei Balcani sono predisposti ai conflitti d’impronta nazionalistica, e che tutti i movimenti della regione finiscono invariabilmente per alimentare conflitti interetnici.

 

 

Due pesi e due misure

 

La negazione della dimensione politica dei movimenti e dei popoli balcanici, un’assenza che si manifesterebbe nell’incapacità di generare veri cambiamenti sociali, rivela soprattutto una cosa: che in occidente il “balcanismo” è vivo e in buona salute. Certi commenti e interpretazioni della stampa occidentale sono pericolosi perché riportano in auge il vecchio paradigma dell’etnicità come spiegazione di ogni cosa, un paradigma che gli stessi paesi occidentali hanno imposto alla politica della regione con metodi coloniali.

 

Inoltre, i mezzi d’informazione stranieri non si rendono conto di quanto sia grave il problema della delegittimizzazione dell’attuale classe politica balcanica. Non riescono a capire la grande insoddisfazione dei cittadini nei confronti dei governi e dei partiti corrotti: quasi non credono che questioni simili siano alla portata dei popoli dei Balcani. Infine, la stampa occidentale rimane completamente chiusa alle voci progressiste che arrivano dalla regione, a idee politiche che potrebbero contribuire in modo significativo a una riflessione sull’attuale stagnazione politica in atto in tutta Europa e alla lotta contro le forze ultranazionaliste e xenofobe attive oggi nei paesi dell’Unione.

 

Quest’asimmetria nell’analisi delle due realtà – balcanica e occidentale – è ingiustificata.

 

Da una parte i Balcani sono stati ingiustamente esclusi dal progetto europeo, dall’altra si continua a descriverli come la discarica in cui finiscono tutti i mali d’Europa, eterno focolaio di guerre e odio. Esaminiamo innanzitutto l’ingiustizia dell’esclusione politica dei Balcani dall’Europa.

 

Chiedere a paesi che hanno capacità, popolazioni e bilanci inferiori a quelli di alcune metropoli europee di fare riforme secondo gli stessi criteri applicati ai grandi paesi del continente, e collegare l’erogazione dei finanziamenti all’approvazione di queste riforme, è illusorio, come ha dimostrato il caso della Grecia. E costringe i paesi balcanici ancora esclusi dall’Unione a impegnarsi in una competizione falsata.

 

 

 

Realtà artificiale

 

La conseguenza è che il difficile contesto politico creato artificiosamente nei Balcani è poi interpretato come il risultato della scarsa cultura politica dei paesi della regione e della loro incapacità di assimilare i valori europei, esattamente gli stessi problemi che sarebbero alla base dell’onnipresente tendenza a scatenare conflitti. Ma non va dimenticato, per esempio, che il Kosovo ha ottenuto la liberalizzazione dei visti per i paesi dell’Unione solo a giugno del 2016. Com’è possibile pretendere che i kosovari facciano propri i valori degli altri europei, quando questi stessi valori gli vengono

a lungo negati?

 

La logica dei due pesi e due misure diventa particolarmente evidente quando si pone l’attenzione sul modo in cui la stampa europea ha affrontato certi sviluppi politici in occidente e nei Balcani. Anche se i commentatori politici guardano con grande preoccupazione alla crescita di partiti come Alternative für Deutschland in Germania e Front national in Francia, nessuno arriva a parlare del rischio di una nuova guerra sul territorio europeo. Questi due partiti sono riusciti a mobilitare la gente comune con la loro retorica xenofoba e razzista, entrambi insistono sulla sovranità nazionale e, sull’onda dei successi elettorali che ottengono, cercano d’influenzare la politica dei rispettivi governi. Simili tendenze indicano con chiarezza il rischio di conflitti futuri.

 

Eppure, il campanello d’allarme viene fatto suonare solo per i Balcani, dove le mobilitazioni dei cittadini hanno invece sollevato questioni sociali che travalicano ogni distinzione etnica o nazionalistica, rendendo questi fattori di fatto ininfluenti.

 

Tuzla, in Bosnia Erzegovina, e Skopje, in Macedonia, sono città etnicamente miste che hanno però inviato un chiaro messaggio di unità contro le élite politiche al potere.

 

I Balcani sembrano aver scoperto un metodo efficace per mobilitare democraticamente i cittadini. E gli attivisti dei paesi dell’ex Jugoslavia hanno fatto scelte politiche che potrebbero essere molto preziose in un’Europa in cui il nazionalismo sta rinascendo.

 

Infine dobbiamo tenere presente che, indipendentemente da quanto succederà nei Balcani, l’attuale tendenza a organizzare lotte sociali che scoppiano improvvisamente, si quietano e poi si accendono di nuovo senza preavviso, segnerà con ogni probabilità il modello delle future proteste contro le élite. In alcuni casi – come in Slovenia, con il nuovo partito Iniziativa per il socialismo democratico – da questi movimenti nascono formazioni che hanno l’obiettivo di trasformare completamente il panorama politico sfidando il concetto stesso di partito tradizionale. In altri casi, le mobilitazioni danno vita a reti dal basso che contestano le condizioni di vita delle persone comuni. Comunque sia, questi fenomeni meritano una seria analisi politica, poiché rappresentano modelli di impegno politico che hanno molto da insegnare a chi in altri paesi europei si batte contro le élite, ma ha difficoltà a imporsi e rischia di lasciare spazio alla destra radicale. I cittadini dei Balcani possono essere orgogliosi di avere valori europei e progressisti. Non solo: probabilmente oggi sono proprio loro che possono salvarli.

 

Artan Sadiku, Bilten, Croazia, INTERNAZIONALE n. 1163, 22 luglio 2016

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