Oggi alle isole Tuvalu, domani a chi tocca?

La grave siccità che ha colpito la Siria prima del 2011 è stata tra le cause della guerra civile che tuttora divampa in medio oriente. La pessima politica agricola del governo siriano aveva reso estremamente vulnerabile la produzione agroalimentare e l’anomala carenza idrica ha costretto milioni di piccoli produttori a una migrazione interna verso le città, sfociata poi negli scontri di popolo e nella crisi bellica. I cambiamenti climatici non potranno che peggiorare situazioni di questo genere: la siccità sta ora infierendo nel Corno d’Africa e nello Yemen, esacerbando tensioni di regioni già instabili.

 

C’è poi il più lento ma non per questo meno importante problema dell’aumento del livello marino: ghiacciai in fusione e dilatazione termica delle acque stanno già facendo salire gli oceani di circa tre millimetri all’anno e attualmente gli atolli corallini del Pacifico come le isole Carteret, Tuvalu e Salomon vedono già i primi provvedimenti di evacuazione delle comunità più minacciate dalle acque. Per ora si tratta di poche migliaia di persone, ma come faremo quando saranno scacciati i milioni di abitanti del Bangladesh, del delta del Nilo, della Florida? Per non parlare di Venezia e Rovigo! Scenari che non sono fantascienza ma rientrano nelle proiezioni dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) per questo secolo, al termine del quale, a seconda delle politiche di riduzione o meno delle emissioni, i mari potranno alimentare tra mezzo metro e un metro. E poi il colpo di grazia lo danno pure uragani e alluvioni, con le loro distruzioni dei raccolti e degli abitati, dalle quali spesso è difficile risollevarsi e si preferisce dunque fuggire.

Nonostante queste evidenze, lo status di profugo climatico o ambientale non è ancora riconosciuto, anche se il World Economic Forum colloca i cambiamenti climatici e le migrazioni di massa ai primi posti tra i rischi globali nel suo Global Risk Report 2016. Da qui all’esplosione dei conflitti tra diverse regioni del mondo il passo è purtroppo breve come dimostra l’insofferenza per il dramma dei migranti nel Mediterraneo, o tra Messico e USA: e si tratta di numeri per ora molto più piccoli di quelli attesi in futuro!

Il documentario americano “The age of consequences” di Jared P. Scott dipinge proprio questa crescente inquietudine ormai entrata prepotentemente nelle discussioni di strategia militare al Pentagono. La mitigazione dei cambiamenti climatici diviene dunque sempre più urgente, al fine di contenere l’aumento della temperatura atmosferica e del livello dei mari entro livelli socialmente accettabili, ma è chiaro che ciò non basterà, e lo sforzo di adattamento alle nuove condizioni, nonché i meccanismi di aiuto e solidarietà internazionali, saranno fondamentali per prevenire gli attriti in un mondo che a metà secolo sarà popolato da oltre nove miliardi di individui. Lo scrittore Bruno Arpaia ha immaginato un’Italia desertificata tra non molti decenni, dove una miserabile colonna di profughi climatici da Napoli cerca di raggiungere la salvifica frescura della Scandinavia: è il romanzo “Qualcosa là fuori”, lo si etichetta come “climate fiction” ma è più realistico di quanto si pensi.

 

 

(Luca Mercalli, climatologo, rivista soci Coop, giugno 2017)

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