Il passato fascista divide i croati

Suzana-Barilar

 

Quest’anno non c’e stata una commemorazione unica delle vittime del lager di Jasenovac. Ce ne sono state almeno tre. La Croazia non è mai stata così lontana dalla politica di riconciliazione di cui ultimamente ha parlato la presidente Kolinda Grabar-Kitarović.

 

Come dimostrano le recenti condanne pubbliche del regime filonazista degli ustascia o gli appelli a non politicizzare gli omaggi alle vittime, chi guida il paese sembra essersi finalmente reso conto che non si può più tacere. Per la prima volta nella storia della Croazia, Grabar-Kitarović ha condannato il regime ustascia. Anche il premier Tihomir Orešković ha fatto sentire la sua voce. Tuttavia sono state queste stesse persone, con il loro silenzio, a rendere possibile quello che sta succedendo oggi. Hanno taciuto quando il ministro della cultura Zlatko Hasanbegović ha affermato che gli ustascia sono stati “eroi e martiri”. Non hanno battuto ciglio quando cinquemila persone hanno marciato a Zagabria scandendo il saluto za dom spremni (pronti per la patria, l’equivalente croato del tedesco siegheil) né quando allo stadio di Osijek è stato scandito lo stesso saluto durante una partita tra Croazia e Israele. E non hanno detto nulla nemmeno quando alcuni loro amici hanno consigliato ai cittadini della minoranza serba di andarsene “dove sarebbero stati meglio”. Anche se di recente la presidente ha lanciato un appello all’unità, l’anno scorso era stata lei stessa a dare il cattivo esempio, mettendo sullo stesso piano le atrocità di Jasenovac e la vendetta compiuta a Bleiburg contro il regime ustascia che era responsabile di quegli orrori (Bleiburg è la cittadina austriaca dove nel 1945 i partigiani di Tito uccisero migliaia di persone, tra civili e ustascia, in fuga dal paese dopo la capitolazione della Germania nazista).

 

Come nel 2015, Grabar-Kitarović non è andata di persona alle commemorazioni di Jasenovac. E quando a marzo il leader della comunità serba, Milorad Pupovac, ha denunciato l’atmosfera d’intolleranza verso le minoranze, gli ha risposto che le vittime delle aggressioni se l’erano cercata. A differenza della presidente, che almeno all’estero si scusa per le vittime degli ustascia, il vicepremier Tomislav Karamarko tace.

 

Continua a condannare i regimi totalitari mettendo sullo stesso piano i crimini degli ustascia e quelli dei comunisti. Il suo anticomunismo si può spiegare con la storia del padre, sopravvissuto al massacro di Bleiburg.

 

Ma da uomo di governo, Karamarko non dovrebbe farsi condizionare dalle vicende personali.

 

Il presidente del parlamento Željko Reiner ha chiesto che Jasenovac sia un luogo di raccoglimento e silenzio. Ma è stato proprio il parlamento da lui presieduto a dare di nuovo il sostegno ufficiale alle chiassose commemorazioni a Bleiburg.

 

Tacere sui crimini degli ustascia e denunciare a gran voce le violenze di cui sono stati vittime, il tutto alla presenza di uniformi nere e con la benedizione di qualche vescovo: ecco cosa vuol dire per questi politici “la condanna di tutti i regimi totalitari”.

 

Commemorazioni alternative

 Il lager di Jasenovac, nella regione croata della Slavonia, è stato un campo di sterminio amministrato dal 1941 al 1945 dallo stato indipendente di Croazia, uno stato satellite della Germania nazista, governato dal movimento ustascia del poglavnik (capo) Ante Pavelić. Nel campo furono uccise almeno 85mila persone, soprattutto ebrei, rom, serbi e dissidenti croati. Per protestare contro le posizioni revisioniste del governo del premier Tihomir Orešković (destra nazionalista), le associazioni delle vittime hanno boicottato la cerimonia ufficiale del 22 aprile, organizzando commemorazioni alternative. Il 15 aprile si è mobilitato il coordinamento delle comunità ebraiche, il 22 la lega dei combattenti antifascisti. Il 24 aprile nel villaggio di Mlaka, a pochi chilometri da Jasenovac, si è svolta una funzione religiosa in ricordo delle vittime serbe, e lo stesso giorno a Zagabria c’e stata una mobilitazione che ha coinvolto antifascisti croati e rappresentanti delle comunità ebraica, serba e rom. La presidente Kolinda Grabar-Kitarović, che aveva denunciato il rischio della politicizzazione degli omaggi alle vittime, non ha partecipato alla commemorazione ufficiale, inviando al suo posto il produttore cinematografico Branko Lustig, la cui famiglia fu sterminata dai nazisti.

 

Suzana Barilar, Jutarnji List, Croazia, Internazionale n. 1152, 6 maggio 2016

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