I preti che rischiano la vita combattendo le mafie

roberto ciotti

Lorenzo Tondo, Time, Stati Uniti

 

La testa mozzata di un asino davanti all’ingresso della chiesa. Il destinatario del macabro regalo è Antonio Aguanno, parroco di Vita, un paese nella Sicilia occidentale. Il fatto è avvenuto il 6 marzo scorso, prima della messa domenicale. Sembra che la mafia locale non abbia gradito i continui appelli del sacerdote alla pace e alla legalità, dopo che in paese c’era stata una lunga serie di crimini. E la risposta dei boss è arrivata puntuale, con la più stereotipata delle minacce.

 

Secondo alcune indiscrezioni, qualche giorno prima Aguanno era stato avvicinato da due uomini che lo avevano insultato. I carabinieri che indagano sul caso pensano che a far scattare la macabra intimidazione possa essere stata un’omelia del sacerdote.

 

La testa d’asino a Vita è solo l’ultima delle minacce che le mafie italiane hanno lanciato contro chi prova a ostacolare le attività dei boss. Nel mirino delle organizzazioni criminali sono finiti anche i preti, uomini di chiesa coraggiosi che spesso pagano con la vita la loro battaglia.

 

Sono una ventina di sacerdoti minacciati dalle mafie negli ultimi quattro anni. Centinaia i casi mai denunciati. Padre Cosimo Scordato, sacerdote e teologo di Palermo, è stato vittima in passato di alcune intimidazioni e ha raccontato la sua storia nel libro Dalla mafia liberaci o Signore (Di Girolamo 2014). Dei sacerdoti che combattono la mafia dice: “Da quando la chiesa si è ribellata ai boss, la mafia ha cominciato a perdere il consenso sociale nei quartieri che controlla. È come se la chiesa dicesse ai boss: ‘Il vostro comportamento non è affatto da cristiani’. E la mafia non ama essere contraddetta. Per questo gli attacchi contro i sacerdoti sono aumentati”.

 

Dal dopoguerra, e per cinquant’anni, una parte dell’opinione pubblica italiana ha accusato la chiesa di essere troppo indulgente nei confronti dei boss. In Sicilia, addirittura, la presenza di un prelato in famiglia garantiva autorevolezza e prestigio ai mafiosi. Lo zio di Calogero Vizzini, capomafia fino agli anni cinquanta, era il vescovo Giuseppe Scarlata. Due fratelli di Vizzini, Salvatore detto Totò e Giovanni detto Giuanninu, erano preti e vivevano in casa sua. Agostino Coppola, parroco a Cinisi, in Sicilia, il 16 aprile 1974 celebrò in un luogo segreto il matrimonio del boss Totò Riina, all’epoca già ricercato dalla polizia.

 

Poi ci fu una svolta. Tutto cominciò nel 1993, quando Pino Puglisi, dal pulpito della sua chiesa nel quartiere Brancaccio, a Palermo, sfidò pubblicamente cosa nostra.

 

Fu ucciso il 15 settembre 1993, nel giorno del suo cinquantaseiesimo compleanno (e beatificato nel 2013). A Casal di Principe, a pochi chilometri da Napoli, il 19 marzo del 1994 la camorra uccise il parroco Giuseppe Diana. Dopo la morte dei due sacerdoti la chiesa cambiò radicalmente atteggiamento nei confronti delle mafie.

 

Sulle orme di padre Puglisi, oggi Luigi Merola, 43 anni, continua a denunciare i traffici di droga della camorra nel quartiere di Forcella, a Napoli. Forcella è da sempre una delle roccaforti dei boss napoletani.

 

Qui la droga si vende anche di giorno, sotto gli occhi di tutti. Si vendono anche armi, le stesse usate per uccidere i nemici del clan.

 

Quando nel duemila Merola fu assegnato alla chiesa di Forcella, nel quartiere era in corso una guerra tra il clan dei Giuliano e quello dei Mazzarella. Il 27 marzo 2004, durante una sparatoria, fu uccisa accidentalmente Annalisa Durante, una ragazzina di 14 anni. E Merola non rimase a guardare.

 

“Durante il funerale di Annalisa attaccai duramente i boss”, racconta. “Sapevo che in chiesa erano presenti i loro uomini. Dissi che la rovina del quartiere era la camorra e che bisognava batterla per continuare a vivere”.

 

 

 

Caccia alle telecamere

La predica di Merola ebbe una grande eco in tutta Italia. Era una dichiarazione di guerra e Merola sapeva che i proiettili successivi avrebbero potuto colpire proprio lui. “Già agli inizi del duemila denunciai i traffici della camorra nel quartiere”, spiega.

 

“Notai che i vicoli di Forcella erano pieni di telecamere. Non le aveva messe la polizia, ma i boss per controllare chi andava e veniva. Mi arrampicai con una scala e le spaccai tutte. Poi consegnai i rottami ai magistrati. Allora cominciarono a pedinarmi”, prosegue il sacerdote. “Venivano a casa mia nel cuore della notte con le pistole. Alla fine del 2004 la polizia mi disse che in un’intercettazione telefonica il boss di Forcella Luigi Giuliano affermava di volermi eliminare. ‘Lo ammazzeremo sull’altare’, aveva detto Giuliano parlando con un suo uomo. Il giorno stesso mi assegnarono una scorta”.

 

Ma Forcella era diventata troppo pericolosa per Merola. Nel 2007 la chiesa decise di trasferirlo, contro la sua volontà, in un altro quartiere. La battaglia di Merola continua oggi tra le mura di una meravigliosa villa nel quartiere Arenaccia, a Napoli, sequestrata alla camorra e affidata all’associazione ’A Voce d’’e creature, fondata proprio da Merola. L’obiettivo è togliere i bambini di Napoli dalla strada e offrirgli degli spazi per fare sport e studiare.

 

Merola, però, è costretto a comunicare i suoi spostamenti agli agenti, anche perché sulla sua testa pende ancora una condanna a morte. Per ricordarglielo, a febbraio del 2014 due uomini con il volto coperto hanno sparato alla sua auto parcheggiata a pochi metri da casa.

 

“Noi preti abbiamo un enorme potere in questi quartieri dimenticati dallo stato”, spiega Merola, “perché è nelle zone più povere del paese che si concentra la maggioranza dei fedeli. Ed è in queste zone che la mafia approfitta del silenzio della chiesa per portare avanti i suoi interessi. I boss si sentono protetti da Dio”.

 

Quello tra la religione e la mafia è un rapporto antico, intenso e contraddittorio.

 

Prima di commettere un omicidio i killer della camorra pregano san Gennaro, il patrono di Napoli, perché li aiuti nella missione.

 

Durante le processioni religiose a Palermo, Reggio Calabria e Napoli, è diventata un’abitudine far sostare davanti alle abitazioni dei boss, in segno di rispetto, la statua dei santi portati in spalla dai fedeli.

 

Nella periferia a nord di Roma, in un’altra villa sequestrata a un boss della banda della Magliana, vive uno dei sacerdoti finiti sotto scorta. Si chiama Antonio Coluccia e la sua “colpa” è quella di aver trasformato questa splendida reggia in una casa di accoglienza per poveri e tossicodipendenti.

 

“Quando sono arrivato nella zona di Grottarossa”, spiega Coluccia, “il quartiere era nelle mani degli spacciatori legati alla criminalità locale. I loro bersagli erano i poveri della zona, i tossicodipendenti: gli vendevano eroina o li uccidevano se non avevano i soldi per pagarla. Ho capito che per aiutare i poveri la chiesa non poteva limitarsi ad accoglierli, ma doveva andare oltre. Dovevamo bloccare il traffico di droga”.

 

 

 

La finta fede dei boss

Le minacce sono cominciate nel 2014 con una serie di atti vandalici all’abitazione di Coluccia e alla sua auto. Poi nel giugno del 2015 due uomini hanno sparato. Uno dei proiettili ha colpito alla mano un passante. “Era chiaro che non volevano spaventarmi”, dice Coluccia, “volevano eliminarmi”.

 

Pochi mesi dopo ha ricevuto una busta con un proiettile e un messaggio: “Parli troppo”.

 

Lui non si è fermato e ha continuato a parlare.

 

“La chiesa è rimasta in silenzio troppo a lungo. Sono finiti quei tempi. Ora è arrivato il tempo della parola”, dice.

 

Tra i sacerdoti che sfidano la mafia, quello che più di tutti rischia la vita è Luigi Ciotti. La sua associazione, Libera, gestisce la maggior parte dei beni confiscati alla mafia e riutilizzati a scopi umanitari.

 

“Come disse una volta il boss Marino Mannoia agli agenti dell’FBI, la mafia teme una chiesa che interferisce con i suoi affari. Interferire”, dice Ciotti, “vuol dire affermare apertamente l’incompatibilità tra mafia e Vangelo. Per questo i gesti e le parole di papa Francesco contro le mafie e la corruzione sono di grande incoraggiamento per spogliare i boss della loro finta fede. I mafiosi si sentono impuniti, anche davanti a Dio. Ma il Dio della mafia è un falso, costruito a loro uso e consumo, un’entità accomodante. Perché in fondo, il Dio dei boss non è un padre, ma un padrino, come loro”.

 

“Internazionale”, 29 aprile 2016, n.1151

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