Quei sì o no al dono degli organi

da “IL MATTINO DI PADOVA”, mercoledì 17 agosto 2016

40C’è anche Padova, tra i 200 comuni italiani in cui parte una grande novità: chi si fa o si rifà la carta d’identità trova una nuova domanda a cui rispondere: se accetta di donare gli organi. Trascinato dalle richieste dei lettori, ne ho parlato in qualche intervista, ne ho scritto, ho aperto una discussione su Facebook.

E’ una questione delicatissima. Io sono per donare gli organi, lo trovo un gesto di estrema generosità. Giudico di grande altezza morale coloro che, nelle nuove carte d’identità, risponderanno “sì”. Ma non disprezzo coloro che risponderanno “no”, perché le ragioni che esprimono sono potenti e terribili.

Perché sì. Donare gli organi, cuore, fegato e altri, non vuol dire soltanto salvare la vita di uno sconosciuto, vuol dire anche salvare la propria vita, farla continuare. E’ una doppia salvezza. Quindi una doppia vittoria sulla morte. Perché tu, una parte di te, una parte fondamentale di tutte, il cuore, continuerà a lavorare per far vivere un altro corpo: il cuore è l’organo della nostra sensibilità, si dilata e si restringe nella gioia e nel dolore. Impiantato in un altro corpo, farà lo stesso lavoro par altre gioie e per altri dolori. E’ come se tu gioissi di quelle gioie e soffrissi di quei dolori. Donando il cuore, o qualsiasi organo, tu stabilisci che il tuo cuore o un altro tuo organo non è tuo, ma è dell’umanità, il tuo corpo è di tutti coloro che ne hanno bisogno. E’ il più alto insegnamento cristiano e umano. Non dai da mangiare a chi ha fame, o da bere a chi ha sete, ma dai la vita a chi sta per perderla. Abbiamo visto con quanta prontezza e disponibilità le madri donano gli organi del figlio appena morto in qualche incidente: alle madri sembra che il loro figlio morto non sia perduto del tutto, ma in qualche modo vivrà, avrà una fidanzata, si sposerà, avrà dei figli. Se possono, le madri che hanno donato i suoi organi s’informano sulla vita di chi li ha ricevuti, e pensano: “E’ la vita di mio figlio, che continua”.

Questo pensavo, questo ho dichiarato nelle interviste, in questo articolo, e su Facebook. Pensavo che fosse impossibile contestare, senza abbassare la propria qualità umana. Non è così. Accanto a quelli che han risposto: “Sì, doneremo gli organi, è l’estremo atto di generosità che possiamo compiere”, ci sono anche quelli che han risposto: “No, io ho vissuto con e nel mio corpo, gli sono grato e lo amo, non posso accettare che venga aperto dalla schiena per cavarne alcuni organi e dal torace per cavarne altri, e poi sepolto come una carcassa spolpata”. E ci sono quelli che si oppongono in nome di un dubbio, che si agita anche nel retrocervello di coloro che non sanno dirlo, un dubbio primordiale e angosciante, che una lettrice esprime così: “E se il morto non fosse poi così morto?”. Non è una domanda sciocca. Perché pone il concetto ci che cos’è, e quando c’è, la morte. Ci sono organi che si possono donare restando in vita. Un rene, per esempio, visto che il corpo ne ha due. Con un rene a testa, il donato e il donatore vivono ambedue. Ma per cuore, fegato e altri organi, questo non si può. Allora si cerca di estrarre l’organo subito dopo la morte, e quanto più possibile a ridosso della morte. Anche se il corpo non è morto del tutto. Si applica il concetto di “morte neurologica”, attestata dalle macchine, una condizione insensibile e irreversibile. La letteratura è piena di racconti di morti-non-morti, ma sepolti vivi. Basti pensare a Edgar Allan Poe. Ma dai tempi di Poe, malato di “delirium tremens”, ad oggi, la scienza ha molto marciato. Le macchine non sbagliano. Se dicono che da un corpo si possono estrarre gli organi, è perché in quel corpo la loro utilità è finita. In un altro corpo, continua. Chi ama la vita è per la continuazione.

Da oggi, pensateci.

 

Ferdinando Camon, [email protected]

I commenti sono chiusi.