Quella festa non è più dell’Unità

logo_l_unita-960x350

 

 

Si salva solo l’apostrofo: il resto dell’etichetta è da buttare. Le feroci polemiche che accompagnano la tradizionale liturgia di fine estate delle “Festa dell’Unità”, al di là delle questioni specifiche, ne segnalano una di fondo: non ha più senso parlare di festa, tanto meno di unità. E non è certo una novità di quest’anno: lo smottamento del significato inizia fin dalla nascita del Partito Democratico. Che voleva fondere due grandi culture politiche; e invece ha dato la stura a una guerriglia interna continua, che oggi assume toni esasperati: non casuali, peraltro, ma legati a una contraddizione congenita che non si è mai voluto o saputo risolvere. E che prima o poi presenterà l’inevitabile conto di una traumatica rottura.

 

Le vecchie “Feste dell’Unità”, quelle vere, erano frutto di un contesto molto netto: la sinistra aveva il suo partito di riferimento, e quello dei cattolici non era l’alleato ma l’avversario. Con una caratteristica di fondo: erano appuntamenti di popolo, riunito sotto la bandiera di una testata storica targata Gramsci. E dove ci si ritrovava per fare festa, e anche per discutere, magari per litigare; ma con un robusto collante di valori condivisi. Oggi, per prima cosa è caduto l’abbinamento tra popolo e partiti: nessuno di questi ultimi, di qualsiasi colore e posizione, può dire di avere dietro di sé un popolo di riferimento, ma solo segmenti accomunati da una gamma di motivazioni che vanno dall’impegno “per” alla rabbia “contro”. E soprattutto, al di fuori di essi si è venuta radunando una realtà sempre più vasta che nulla ha del popolo: la si può semmai definire una massa, il cui unico legame è costituito dal rifiuto di una politica intrisa di un diffuso discredito.

 

Pur essendo la principale realtà partitica del Paese, il Pd ci ha messo largamente del suo, impegnandosi a contestare molto più le proprie leadership interne che quelle degli avversari: come hanno via via sperimentato sulla propria pelle tutti quelli chiamati alla sua guida, da Veltroni a Franceschini, da Bersani a Epifani, e oggi a Renzi. Con un’instabilità riversatasi a cascata sui vari livelli e sui vari appuntamenti del partito, feste dell’Unità incluse. Rimane memorabile la pungente satira di Gene Gnocchi sull’edizione 2008, ad appena un anno dalla nascita del Pd, a proposito di Athos Malavasi (figura virtuale ma non per questo meno vera), riconosciuto come uno dei più abili friggitori di gnocco dell’area Modena-Soliera, ma costretto stavolta a giocarsi il posto nelle primarie con gli esponenti delle varie aree del partito. Se ogni argomento, grande o piccolo che sia, diventa un’occasione per litigare e scambiarsi roventi accuse, non deve sorprendere che ne rimanga inquinata perfino una festa: perché la sola cosa su cui si è pronti a festeggiare oggi, dentro il partito, è la sconfitta del proprio avversario interno.

 

E’ caduto anche l’altro grande collante di questi riti tardo-estivi, la sinistra. Da ben prima della nascita del Pd: è proverbiale la sua vocazione atavica a spaccarsi in millanta pezzi, peraltro sempre sventolando l’obiettivo dell’unità. Quanti sono oggi i partiti a sinistra del Pd? Almeno una dozzina, e contandoli per difetto. La battaglia che li accomuna è di nuovo non “per” ma “contro”: defenestrare Renzi. Solo a parole, peraltro: perché quando dal “cosa” si passa al “come”, le strade si dividono: senza individuare una leadership condivisa, al punto da ricorrere alla patetica caccia al “papa straniero”. Forse ispirandosi inconsapevolmente al vecchio detto, “morto un papa se ne fa un altro”; e magari cercando di agevolarne il trapasso, politico s’intende. Resta il sospetto che, al tirar delle somme, ci sia oggi spazio per una sola festa possibile a sinistra (ma non soltanto, a registrare le meschine baruffe del campo opposto …): quella degli addii.

 

Francesco Jori, IL MATTINO DI PADOVA, 27 agosto 2016

I commenti sono chiusi.