Quella frase di Coleridge

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GENTILE dottor Augias, ho letto sabato nella sua rubrica un’espressione che amo e che, ogni anno, nelle quinte classi (insegno Letteratura inglese) propongo ai miei studenti come la chiave per comprendere e sostenere alcune verità: ” That willing suspension of disbelief which constitutes poetic faith” — Samuel Taylor Coleridge nella sua Biographia Literaria. Il lettore deve credere e sospendere per un momento la sua naturale incredulità di uomo razionale se vuole attingere a quel dono magnifico che è l’immaginazione del poeta, potere grandioso che permette non solo di immaginare ma di creare o, meglio, ricreare la realtà, componendo in un unicum meraviglioso le contraddizioni che la caratterizzano. Anche l’uomo in generale (non solo il lettore ma chiunque fruisca d’una forma d’arte) dovrebbe ogni tanto credere alle sensazioni che lo pervadono, al pensiero che fluisce senza condizionamenti. È la grande lezione dei romantici inglesi che forse, ancora oggi, dovremmo riscoprire.
Cinzia Fazio — Bari ([email protected])
Risponde Augias:
HO RICEVUTO due lettere di consenso, dalle signore Cinzia Fazio e Alida Pellegrini ( alidapel@ tiscali. it), alla mia citazione di sabato scorso. Coleridge che descrive “la volontaria sospensione dell’incredulità che è alla base della fede poetica”. Avrei potuto citare anche il nostro Leopardi che nello Zibaldone scrive: “All’uomo sensibile e immaginoso, che viva, come io sono vissuto gran tempo, sentendo di continuo ed immaginando, il mondo e gli oggetti sono in certo modo doppi. Egli vedrà cogli occhi una torre, una campagna; udrà cogli orecchi un suono d’una campana; e nel tempo stesso coll’immaginazione vedrà un’altra torre, un’altra campagna, udrà un altro suono. In questo secondo genere di obbietti sta tutto il bello e il piacevole delle cose”. L’idea è simile, provare a completare ciò che i sensi ci mettono davanti con le fantasie dell’immaginazione che non conoscono ostacoli, non temono l’inverosimiglianza, non autorizzano a dire: ma questo non è possibile. È il meccanismo delle fiabe che incantano i fanciulli, che si riproduce identico nell’Orlando ariostesco o nella saga di Guerre Stellari — fiabe per adulti. Ed è, a mio parere, lo stesso meccanismo mentale delle fedi religiose che non conoscono nemmeno loro gli ostacoli della logica per cui è inutile chiedersi: ma com’è possibile? Com’è possibile che una donna resti vergine dopo il parto? Che un essere umano venga “assunto in cielo”? Quale cielo? Gli astronauti un giorno se lo troveranno davanti? Com’è possibile che un uomo “fermi il sole”? Questo vuol dire che il sole si muove? Se le fedi religiose non fossero intrise di fatti inverosimili non sarebbero fedi religiose ma scienze. È l’atto del dover “credere” che le rende fedi. Io non devo “credere” che mentre scrivo queste parole sono le 9:26, “so” che sono le 9:26. Thomas Hobbes brutalmente diceva: “Con i dogmi della fede si deve fare come con le pillole delle medicine: berle senza masticare, ingoiare subito”. Il che porta a concludere che è ingiusto, crudele, in casi estremi criminale, voler imporre agli altri la propria fede. Si tratti del divorzio, dell’aborto, della “famiglia naturale”.
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