Referendum, “santificare” la Storia o riformare lo Stato?

Germana Urbani  > [email protected] <

 

 

 

referendum 2016

Non si tratta per niente di mandare a casa Renzi oppure no. Si tratta di cambiare una parte della Carta Costituzionale, pensata così com’è oggi dalle madri e dai padri “nobili” della nostra Repubblica, forse i parlamentari più saggi e onesti che abbiamo avuto dal ’46 in poi.

Certo, il 4 dicembre, con il Referendum Costituzionale il Premier si gioca tutto o quasi. Ma credo che la posta sia alta anche per noi cittadini e per il nostro futuro.

Occorre, dunque, valutare bene i due atteggiamenti che si scontrano e si confrontano in questo periodo di campagna referendaria. Molta parte di chi voterà sì lo farà per il desiderio di riformare finalmente lo Stato o almeno provandoci; allo stesso modo chi voterà no lo farà anche per conservare la Costituzione così com’è, quasi fosse sacra, perché frutto del lungo e ponderato lavoro delle madri e dei padri costituenti.

Uno dei punti centrali della riforma che andremo a votare riguarda la modifica dell’articolo 55 della Costituzione, ovvero la norma che definisce la composizione e il ruolo del Parlamento diviso tra Camera e Senato. Quello previsto dalla Riforma, che per entrare in vigore dev’essere approvata dall’elettorato con un sì, senza obbligo di quorum com’è invece per i referendum abrogativi trattandosi di referendum confermativo, il “nuovo” articolo 55 insomma, si amplia, rispetto a com’è ora, affermando che le leggi che stabiliscono le modalità di elezione delle due Camere devono promuovere l’equilibrio fra uomini e donne nella rappresentanza. Ribadisce che ogni Deputato rappresenta lo Stato ed è in relazione di fiducia con il Governo, mentre invece ogni Senatore diventa un rappresentante delle istituzioni territoriali ed esercita funzioni di connessione tra Stato ed altri Enti repubblicani e spiega le nuove funzioni del Senato.

Chi vota sì approva il fatto che si dia rappresentanza agli enti territoriali in Parlamento tramite il nuovo Senato, dando loro un potere diretto più forte di quello che hanno oggi. Inoltre approva la parità di genere come principio basilare della Costituzione.

Chi vota no impedisce il cambiamento pensando che se il Senato rimane com’è è cosa giusta, visto che la riforma non specifica come sarebbero nominati i nuovi Senatori. Inoltre pensa che un sindaco o un consigliere regionale non debba sedere in Senato perché ciò gli toglierebbe tempo da dedicare invece a Comune o Regione.

Credo che a noi cittadini sia richiesta serietà e che il nocciolo della questione si possa semplificare così: rimaniamo come siamo o proviamo a cambiare qualcosa?

E’ giusto sentire l’esigenza di cambiare? E, se si cambia, come lo si fa?

 

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