Ricostruire l’Unione dalle fondamenta

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Il voto britannico ha inflitto un danno irreparabile al progetto europeo ed è diicile esagerare le dimensioni dello shock. Se c’è un errore che i leader dell’Unione europea devono cercare di evitare, è pensare che la crisi in corso riguardi solo il Regno Unito. In questi giorni sono emerse in modo brutale due dinamiche parallele. La prima è la rottura del legame che univa gli elettori britannici alle élite e alle istituzioni del loro paese, che nel referendum si erano schierate tutte a favore della permanenza nell’Unione europea. La seconda è rappresentata dall’incrinarsi del rapporto tra i cittadini europei e le istituzioni dell’Unione.

È vero che in Europa il Regno Unito ha sempre occupato una posizione particolare. I britannici sono entrati nell’Unione in ritardo e, fin dall’inizio, hanno avuto diritto all’OPT-OUT (clausola di esclusione) su diverse questioni. Ma resta il fatto che il voto del 24 giugno non riguarda solo il Regno Unito e che molti paesi ne subiranno le conseguenze. La Brexit mette alla prova la coesione e la forza delle democrazie liberali all’interno di uno scenario globale pieno d’incertezze. Per rimettere insieme i pezzi serviranno decisioni lucide e un nuovo approccio politico in tutta Europa.

Per prima cosa bisogna smettere d’ignorare la gravità di quello che è successo. In futuro le forze populiste d’estrema destra cercheranno di usare il voto sulla Brexit come un precedente per permettere ad altri paesi di uscire dall’Unione. Oggi è la stessa sopravvivenza dell’Unione europea ad essere in pericolo. E non solo perché lo stato che rappresentava la sua seconda maggiore economia e una delle colonne della sua politica di difesa sta per uscirne. Tutto questo dovrebbe essere chiaro a tutti. E invece osserviamo prese di posizione sconcertanti. La cancelliera tedesca Angela Merkel ha invitato solennemente alla calma. Donald Tusk, presidente del consiglio europeo, ha citato Nietzsche: “Ciò che non uccide rende più forti”. Martin Schulz, presidente del parlamento europeo, ha rassicurato tutti affermando che “la reazione a catena in cui sperano gli euroscettici non ci sarà”. Prossimamente sentiremo altri discorsi del genere. Molti saranno motivati dal desiderio angoscioso di limitare i danni e si rifiuteranno di riconoscere il fatto che un’era si è appena chiusa e che quella nuova non è ancora nata.

Ma se c’è una cosa certa è che stavolta i vecchi riti dell’Unione non funzioneranno. La coreografia diplomatica non basterà a rimettere insieme i pezzi e a nascondere quello che la Brexit ha mostrato in modo molto chiaro: i cittadini europei non credono più che uno sforzo di solidarietà e la condivisione di valori possano garantirgli quello che vogliono e di cui hanno bisogno.

Le classi medie e le classi lavoratrici dei paesi europei non hanno più fiducia nell’Europa. Secondo alcuni sondaggi recenti, solo il 38 per cento dei francesi ha un’opinione positiva dell’Unione europea.

Una volta lo storico francese Fernand Braudel ha scritto che “la storia si muove in tre modi possibili: rapidamente, lentamente o non si muove affatto”. Oggi la storia sta accelerando sotto i nostri occhi e sta rapidamente prendendo la direzione sbagliata. Per chi ha assistito all’espansione della democrazia e alla riunificazione del continente dopo il crollo del muro di Berlino ed è cresciuto nella convinzione che l’Europa sarebbe andata verso un futuro di unità, si tratta di un momento nefasto e doloroso.

Il divorzio tra Ue e Regno Unito sarà caotico e faticoso.

Sottrarrà energia ad altre side, come la lotta alla disoccupazione, la gestione dei lussi migratori e il caos geopolitico nelle regioni che confinano con l’Unione. E potrebbe rendere più difficile il tentativo di ridurre il divario crescente tra le élite politiche e i cittadini in tutto il continente. I politici europeisti sono ingenui se pensano di poter superare questo momento con i soliti slogan a favore di una maggiore integrazione. I cittadini, semplicemente, non credono più alle loro parole.

L’Unione deve essere ricostruita non dall’alto verso il basso ma dalle fondamenta. Sarebbe folle pensare che per riuscirci basti rendere più efficiente il governo dell’eurozona. Chiunque abbia viaggiato regolarmente in Europa negli ultimi anni sa che manca qualcosa di più importante: la convinzione che le istituzioni europee si battano per qualcosa di positivo e che agiscano nell’interesse delle popolazioni. Il progetto europeo è stato avviato negli anni cinquanta da un piccolo gruppo di politici lungimiranti, convinti che con il passare degli anni gli europei ne avrebbero beneficiato. E per molto tempo è stato così. Ma ora il legame tra cittadini e istituzioni è in pericolo, e se dovesse ulteriormente deteriorarsi l’Europa potrebbe disintegrarsi. È questa la prospettiva che dovrebbe ossessionare i politici di Bruxelles e tutte le persone interessate a conservare i valori dell’Unione. Se il rapporto di fiducia non sarà ripristinato e l’Unione non tornerà a offrire ai cittadini vantaggi concreti, gli imbonitori populisti continueranno a conquistare un elettorato confuso. E l’intolleranza e le divisioni continueranno a diffondersi nel continente.

 

Natalie Nougayrède, “Internazionale” n. 1160, 1 luglio 2016

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