Di troppo rigore si può morire

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Gli investitori di tutto il mondo sono nervosi. I tassi dei buoni del tesoro statunitense sono scesi al minimo storico e i sottoscrittori dei titoli svizzeri a 50 anni sono pronti ad accettare rendimenti negativi.

 

Parte di questa inquietudine è dovuta al salto nel buio deciso dagli elettori nel Regno Unito. Ma una minaccia finanziaria ancora più pericolosa incombe dall’altra parte della Manica: il traballante sistema bancario italiano è vicino alla crisi.

 

L’Italia è la quarta economia europea, ma anche una delle più deboli. Il debito pubblico è al 135 per cento del pil e il tasso di occupazione tra gli adulti è il più basso di tutta l’Unione europea, a eccezione della Grecia. Le banche italiane sono in difficoltà, strette tra stagnazione e delazione, con 360 miliardi di euro di crediti deterioriati, pari a un quinto del pil nazionale. Il sistema bancario può coprire solo il 45 per cento di questo importo. Nella migliore delle ipotesi la debolezza delle banche strangolerà la crescita del paese e nella peggiore alcune banche falliranno. Non a caso gli investitori sono scappati: da aprile i titoli dei principali istituti di credito italiani hanno perso la metà del loro valore. La preoccupazione più immediata riguarda la solvibilità del Monte dei Paschi di Siena, la banca più antica del mondo. In borsa l’istituto rischia di non superare lo stress test della Banca centrale europea, i cui risultati saranno pubblicati il 29 luglio.

 

Il caos bancario in Italia è un pericolo, anche per le dimensioni del sistema. Ed è una spia dei problemi dell’eurozona: la tensione tra le regole stabilite a Bruxelles e le esigenze della politica nazionale, e il conflitto tra creditori e debitori. Se il problema italiano non sarà gestito bene potrebbe diventare la rovina dell’eurozona.

 

L’Italia ha urgente bisogno di riordinare il suo sistema bancario. E l’unico modo per farlo sarebbe stanziare altro denaro pubblico, visto che i capitali privati stanno fuggendo e che il fondo di salvataggio garantito dalle banche si sta esaurendo.

 

Ma è una soluzione impraticabile perché, secondo le nuove regole dell’eurozona, lo stato non può intervenire per salvare le banche se prima gli obbligazionisti non si fanno carico delle perdite. In linea di principio obbligare i creditori al bail in (il salvataggio interno) prima di presentare il conto ai contribuenti è una buona idea. In molti paesi i titoli bancari sono in mano a grandi investitori istituzionali, che conoscono i rischi e possono sopportare le perdite. In Italia, però, circa 200 miliardi di euro di titoli bancari sono in mano ai piccoli investitori.

 

 

La politica pesa

 

Nel novembre del 2015 alcune banche sono state risanate secondo le nuove regole che prevedono che siano i risparmiatori a pagare.

 

Il 9 dicembre uno di loro si è suicidato.

 

Costringere di nuovo i piccoli risparmiatori ad accollarsi le perdite sarebbe un grave danno per il presidente del consiglio italiano Matteo Renzi, che vedrebbe sfumare ogni speranza di vincere il referendum costituzionale.

 

Per questo il premier chiede flessibilità nell’applicazione delle regole.

 

Ma la politica pesa anche nei paesi creditori dell’eurozona. La Germania dice giustamente che l’Italia è in gran parte causa dei suoi mali. I vari governi sono stati colpevolmente lenti ad affrontare i problemi del sistema bancario, forse per via dei legami tra le banche regionali e la politica locale. Qualsiasi meccanismo che permettesse di scegliere quali regole rispettare e quali no sarebbe mal digerito dagli elettori tedeschi.

 

Renzi ha molto da guadagnare da una sospensione delle regole, ma questa clemenza potrebbe avere un costo politico in Germania, dove l’anno prossimo ci saranno le elezioni. “Abbiamo scritto le regole per il sistema creditizio. Non possiamo cambiarle ogni due anni”, ha detto la cancelliera tedesca Angela Merkel per rispondere alle richieste d’indulgenza di Renzi.

 

Renzi, però, ha ragione. Le pressioni dei mercati sulle banche italiane non si placheranno se non tornerà un po’ di fiducia. Ed è impossibile che questo avvenga senza usare i fondi pubblici. Se in Italia ci sarà un’applicazione rigida delle regole sul bail in, le proteste dei risparmiatori spalancheranno le porte al Movimento 5 stelle, che considera l’euro la causa di molti dei problemi economici dell’Italia. Inoltre crescerà la sensazione che l’Italia non solo non stia avendo vantaggi dalla condivisione dei rischi all’interno dell’eurozona, ma che sia addirittura penalizzata: la moneta unica le impedisce di crescere attraverso la svalutazione, il fiscal compact (le regole sul patto di bilancio europeo) limita la sua capacità di spesa, e a questo si aggiungono ora le regole sul bail in, entrate in vigore dopo che altri paesi avevano già salvato le loro banche. Se gli italiani perdessero fiducia nell’euro, la moneta unica non sopravvivrebbe. Non ha senso seguire le regole alla lettera se il prezzo è la fine della moneta unica.

 

Sarebbe meglio permettere al governo italiano di rimpolpare il capitale delle banche più esposte con un’iniezione di denaro pubblico sufficiente a placare i timori di una crisi di sistema. Ma a determinate condizioni: una riforma del sistema bancario italiano che costringa i piccoli istituti a fondersi e che riduca i costi, chiudendo le troppe filiali sparse sul territorio. È probabile che si arrivi a un compromesso: una clausola dell’accordo sul bail in che autorizzi un’iniezione temporanea di capitali per il Monte dei Paschi. Potrebbe bastare a fermare il ribasso dei titoli bancari, permettendo ad altre banche italiane come Unicredit di attirare capitali privati. Sicuramente l’Europa saluterebbe questa soluzione come un esempio di solidarietà nel rispetto delle regole.

 

Ma non servirebbe a riportare in salute le banche italiane e neanche a risolvere i problemi strutturali dell’Unione.

 

La Brexit insegna che sorvolare sulle preoccupazioni degli elettori non è una strategia sostenibile. La fragile architettura finanziaria dell’eurozona è doppiamente colpevole, perché non tiene conto né dei timori dei paesi creditori né di quelli dei paesi debitori.

 

The Economist, Regno Unito, “Internazionale” n. 1162, 15 luglio 2016

 

 

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