Rischio infinito: noi, i terremoti e la prevenzione

 

 

A fine anno, magari proprio durante le festività, non si può non tornare sul terremoto che ha sconquassato l’Italia centrale e non pensare prima di tutto a chi è costretto a stare ancora in alloggi di fortuna o addirittura in tende e container. Detto questo, però, bisogna iniziare a incorporare elementi di conoscenza attorno al rischio naturale, se si vuole che questo paese faccia qualche passo in avanti. Cinquant’anni fa l’alluvione-paradigma di Firenze e Venezia avrebbe dovuto segnare una svolta nella penisola più geologicamente giovane e attiva di tutta Europa. Era quello il momento di iniziare a mettere in pratica una nuova consapevolezza, era la tavoletta di cera su cui scrivere una nuova storia.

 

Lasciare più spazio ai fiumi fuori dalle città, fare le opere necessarie (ma solo quelle), non sclerotizzare un territorio già troppo fragile. Così non è stato e i risultati sono sotto gli occhi di tutti: l’Italia ha il record europeo delle frane (500.000 su 750.000) e delle alluvioni e, a causa del cambiamento climatico, è la regione su cui si abbattono più flash-flood (le cosiddette “bombe d’acqua”).

 

Con i sismi è andata ancora peggio. Il terremoto che avrebbe dovuto cambiare il nostro rapporto con il territorio e con il modo di costruire è avvenuto ormai più di un secolo fa, quando Reggio Calabria e Messina furono rase al suolo e si contarono oltre 80.000 vittime. Eppure ancora non si è compreso che, mentre nel caso del rischio idrogeologico basterebbe spostarsi e porre attenzione alle previsioni meteo, nel caso del rischio sismico basta costruire bene e fare manutenzione. Così reggerebbero anche le costruzioni medievali e rinascimentali o barocche, come insegnano i casi di Santo Stefano di Sessanio o di Cerreto Sannita. Anche Norcia ha, complessivamente, retto bene, nel senso che ha salvato le vite dei suoi abitanti: certo l’ultima scossa di magnitudo 6,5 Richter, dopo due coppie attorno a 6, ha fiaccato anche i monumenti e le chiese restaurati dopo i terremoti del 1979 e del 1997.

 

Invece, niente di tutto questo e siamo costretti ad assistere a realtà rurali messe in ginocchio da terremoti che, in paesi attrezzati e moderni, non meriterebbero nemmeno le aperture dei telegiornali. Di più: assistiamo al triste spettacolo di una classe politica totalmente impreparata, quando non in malafede (soprattutto a livello locale), pronta ad invocare lo stato d’emergenza quando durante tutto il resto del tempo non ha fatto un controllo o una riqualificazione come si deve. E che, anzi, discetta se per caso la magnitudo non possa essere alterata politicamente(!), ignorando che si tratta di un dato oggettivo, valido per tutti i sismografi di tutto il mondo. E, dall’altro lato, di parte della popolazione che, quando arrivano le scosse, pensa che la causa siano le onde ionosferiche elf e ulf. E un’altra parte che alza gli occhi al cielo pregando i propri dei, oppure attribuisce il valore di un castigo divino al terremoto. Ma sarà mai pronta alla quotidianità inquieta di faglie e frane, che è nostra per natura in una nazione fatta così?

 

 

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Mario Tozzi, rivista per soci COOP, dicembre 2016

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