Rivoglio indietro il mio paese

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La mattina dopo il referendum mi sono svegliata in un paese che non riconoscevo. La grande scommessa del premier David Cameron, che ha messo in gioco il futuro del Regno Unito per le sue ambizioni politiche personali, ha avuto un contraccolpo talmente forte da farci schizzare fuori dall’Unione europea. Nel tempo che ho impiegato a far bollire l’acqua del tè, le borse erano già in caduta libera, in Scozia si discuteva di un altro referendum sull’indipendenza, in Irlanda lo Sinn féin parlava di secessione, e Cameron si era dimesso.

In tutto il Regno Unito non c’era abbastanza tè per aiutarci a restare calmi e andare avanti. Proprio nel giorno in cui pregiudizi, propaganda, xenofobia e mancanza di scrupoli nello sfruttare le paure della gente avevano trionfato sul buon senso del quale noi britannici ci vantiamo tanto. Proprio nel giorno in cui si congratulavano con noi Donald Trump, Marine Le Pen e nessun altro.

Nigel Farage, quella caricatura di ricco demagogo razzista, si vanta di aver ottenuto questa vittoria “senza sparare un colpo”.

Andate a dirlo alla famiglia di Jo Cox, la deputata laburista uccisa il 16 giugno. Farage ha promesso che, se non si farà nulla per fermare l’immigrazione, “il prossimo passo sarà la violenza”.

L’incubo del neofascismo

A dire la verità questo non è mai stato un referendum sull’Unione europea. È stato un referendum sulla modernità, e il 23 giugno gli inglesi spaventati, provinciali, con il cervello di gallina hanno votato per uscire dall’Unione. Ora siamo tutti a bordo di questo treno fantasma che sta deragliando.

Quelli che hanno votato per uscire si sono resi conto che l’immigrazione non gli interessa poi tanto, adesso che le loro pensioni sono a rischio. Forse alcuni di quelli che promettevano orgoglio e sovranità avrebbero dovuto dirlo, ma erano troppo occupati a mentire sul servizio sanitario nazionale.

Adesso che il sipario è strappato vediamo bene le persone che c’erano dietro. E quello che vediamo non ci piace. Qualcuno ha la sensazione di aver riavuto indietro il suo paese? No? Eppure è stato questo il grido di battaglia della campagna a favore dell’uscita dall’Unione, l’equivalente di “Facciamo di nuovo grande l’America”, lo slogan di Trump, dall’altra parte dell’Atlantico.

Esiste un precedente di quello che succede quando a un gruppo di manipolatori dal taglio di capelli inguardabile viene permesso di fare appello al provincialismo e alla paura durante una recessione globale, e non è un bel precedente. Il fatto che io non abbia più timore di fare riferimenti iperbolici e poco originali alla storia del nazismo la dice lunga su questa campagna referendaria.

Sono spaventata. Ho paura che quelli che rivolevano indietro il “loro” paese ottengano quello che chiedevano, e che quel paese si riveli un posto ostile e inospitale per gli immigrati, le minoranze etniche, i gay, per tutti quelli che non erano inclusi tra “le persone comuni e rispettabili” quando Farage ha cantato vittoria davanti a una folla di uomini in giacca e cravatta arrabbiati e pallidi.

Anch’io rivoglio indietro il mio paese.

Voglio svegliarmi in una nazione in cui le persone sono gentili, tolleranti e si rispettano.

Un paese in cui tutti possono sentirsi almeno un po’ al sicuro. Voglio svegliarmi dall’incubo del neofascismo e ritrovarmi in un paese in cui non si reagisce all’assassinio di una deputata votando contro quello in cui credeva. Un paese in cui guardiamo in faccia da adulti il fatto imbarazzante che in passato abbiamo conquistato mezzo mondo, invece di provare nostalgia per il momento in cui la nostra gloria ci è stata strappata da un popolo di schiavi. Voglio tornare a vivere in un paese in cui a trionfare non sono il razzismo e la xenofobia. In un paese in cui le persone hanno la sensazione di avere alternative e opportunità e quindi sono meno tentate di spingere il bottone rosso per farci saltare in aria.

Questo paese, naturalmente, è immaginario.

Ma non lo è di più di quello in cui tutti prendono il tè con i biscotti sul prato in compagnia degli amici del Rotary, cioè quello che l’altra parte ci sta propinando da anni.

In gallese esiste una parola per questa sensazione: HIRAETH. Significa nostalgia per una patria nella quale non si potrà mai tornare e che forse non è mai esistita. In Galles hanno votato per uscire dall’Unione, dopo essere stati fottuti per decenni da governi conservatori conniventi, che hanno distrutto il cuore di un popolo un tempo famoso per motivi diversi dal tasso di suicidi degli adolescenti.

Alla fine qualcuno gli ha dato la possibilità di votare per il cambiamento, qualsiasi cambiamento. Ma quando tutto quello che ti resta è un martello, ogni problema ha il volto di Cameron.

Un pentimento tardivo

Cameron, che oggi probabilmente ricorda con nostalgia i giorni in cui al suo risveglio al massimo doveva preoccuparsi dei giornali che lo accusavano di aver fatto sesso con un maiale morto ai tempi dell’università, ci ha venduti tutti e gettati nel fiume che scorre attraverso il baratro della cultura inglese.

Per dare un contentino all’ala euroscettica del suo partito, e per salvare la sua carriera, ha messo in pericolo il futuro del paese e la stabilità politica del continente.

Tutto questo casino è cominciato a causa di un disaccordo tra le fazioni rivali di un governo di destra che si sta ancora dilaniando e che ci trascina tutti con sé. La sinistra divisa, incapace di unirsi dietro un leader con un vero mandato popolare, è intervenuta nel dibattito quando era troppo tardi. Cameron ha promesso il referendum per assecondare l’estrema destra xenofoba e garantirsi il potere: ha ottenuto quello che voleva, è stato rieletto, e adesso la sua carriera è finita, insieme alle prospettive di vita di milioni di giovani britannici.

La mattina dopo il referendum sembrava che il Regno Unito si fosse sparato a un piede. All’ora di pranzo, con due partiti che implodevano e le borse che crollavano, sembrava che avesse mirato sopra il ginocchio.

Non è stato solo un voto contro l’Unione, è stato un voto contro i politici tradizionali.

Tutti i partiti hanno fatto campagna per rimanere, ma il paese ha deciso di uscire, anche se oggi forse se ne pente.

Ci sono vaste zone degradate del paese in cui la gente è più furiosa di quanto Cameron e i suoi possano immaginare. Zone pronte a rispondere a qualsiasi appello contro la classe dirigente. Nei paesi depressi di montagna, nelle stremate cittadine sulla costa, negli ex distretti industriali, alla gente è stato promesso che per una volta il voto avrebbe contato qualcosa, che potevano dare un pugno in faccia ai poteri costituiti.

Forse i politici hanno sottovalutato quanto odio provano nei confronti del parlamento le persone con cui la politica non parla da generazioni.

Alla fine, per disperazione, quelli che volevano restare ci hanno implorato di pensare ai mercati. Ma qui tutti odiano i mercati.

Cercare di spaventare la gente con i possibili danni “all’economia” non funziona quando le zone più povere del paese subiscono già da anni la selvaggia austerità della destra per salvare “l’economia”.

Mentre i miseri resti del governo cercano di capire cosa signiicherà in pratica la Brexit, la nostra economia, le nostre prospettive future e il mercato del lavoro hanno subìto più danni di quanti ne avrebbero potuti fare anni di frontiere aperte.

Nel frattempo i buffoni che cavalcano questa catastrofe stanno già ammettendo di aver mentito. Non è vero che ci saranno 350 milioni di sterline (421 milioni di euro) in più da spendere per il servizio sanitario nazionale, come dicevano. Alla fine sembra che il motivo per cui non riusciamo a ottenere un appuntamento con un medico di base non sia la presenza degli immigrati, ma il fatto che i conservatori per sei anni hanno tagliato all’osso i fondi per il servizio sanitario e la spesa pubblica. E con la Brexit le cose andranno peggio.

È stata una rivolta della classe operaia, ma non una sua vittoria. L’urlo di rabbia collettivo delle zone depresse e deindustrializzate del paese dissanguate da Thatcher, Blair e Cameron si è trasformato nel grido di trionfo di altre élite. Un’altra crisi bancaria, un altro ex studente di Eton al potere, è questo che ci dobbiamo aspettare mentre la Scozia decide quando mollare la cima. Vorrei potervi dire che torneremo indietro, che ci renderemo conto di che errore madornale abbiamo commesso, che scopriremo una nuova capacità di tolleranza e un modo per ritrovare noi stessi e la nostra comune umanità.

Vorrei potervi dire che la sinistra cannibale e divisa si ricompatterà.

Oggi non voglio fare nessuna promessa.

Tutto quello che vedo è l’aumento del razzismo online. Qualcuno mi ha già detto che presto ci sarà una nuova notte dei cristalli, e che quelli come me farebbero meglio ad andarsene. Ma dove? Io sono nata a Londra.

Il lato vigliacco

Questo non è il mio paese. Rivoglio indietro il mio paese incoerente, tollerante, creativo, proiettato nel futuro, il paese di David Bowie, non quello del mago Paul Daniels; il paese di Sadiq Khan, non quello di Boris Johnson; il paese di Jo Cox, non quello di Nigel Farage.

Il Regno Unito, come tutti gli altri paesi, ha sempre avuto il suo lato vigliacco e pauroso, le sue crudeli illusioni, le sue frange razziste, i suoi demagoghi che sfruttano l’insoddisfazione dei diseredati. Queste cose fanno parte di noi, ma in epoche più felici non riescono a soprafarci. Non permettiamo a pessimi attori che recitano pessimi versi in malafede di farci salire sul palco per portarci al patibolo. Siamo meglio di così.

E sono convinta che possiamo essere ancora meglio di così. Rivoglio il mio paese, anche se è un paese che non ho mai conosciuto e per arrivarci ci vorrà più forza, più gentilezza, più elasticità di quanta questo popolo ne abbia mai avuta.

Nel frattempo, mettiamo a bollire altra acqua per il tè. Quella successiva al voto è stata una giornata di lutto, in cui ritwittare frasi deprimenti e stringerci intorno alle persone che amiamo. Ma ora mettiamoci al lavoro.

Laurie Penny, New Statesman, Regno Unito, “Internazionale” n. 1160, 1 luglio 2016

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