Russi esclusi dai Giochi, una favola immorale

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(di Michele Ainis, Repubblica 29 luglio 2016)

Quale lezione ci impartisce lo scandalo del doping di Stato praticato dalla Russia? Che ciascuno di noi soggiace a un doppio ordinamento, nazionale ed internazionale; e che le regole dell’uno contraddicono le regole dell’altro. Adesso ne abbiamo ottenuto una riprova, così come sappiamo che i nostri destini dipendono assai poco dai comportamenti individuali. Conta di più la patria che ti ha dato i natali, anche se non hai potuto sceglierla. Conta la bandiera che ti sventola sul capo, conta il governo che la rappresenta in giro per il mondo, anche se magari quel governo non ti rappresenta.

 

E allora cominciamo dai fatti, anzi dai misfatti. La vicenda sembra uscita dalla penna di John le Carré: morti sospette, l’ex direttore d’un laboratorio russo che fugge negli Usa, denunziando da lì un sistema di falsificazione dei test antidoping sugli atleti, con scambi notturni di provette, e sotto la copertura dei servizi segreti. Denunzia ribadita da una sportiva russa, anch’essa in fuga dal Paese, anch’essa maledetta dallo Zar per il suo tradimento.

Da qui l’indagine d’una commissione indipendente, da qui la mannaia dei numeri: 312 atleti elencati uno per uno nelle 97 pagine del Report, 577 casi di doping che s’estendono dai Giochi invernali di Vancouver nel 2010 ai Mondiali di nuoto di Kazan nel 2015.

Sicché, dopo una giostra d’appelli e di rimpalli, la pubblica accusa (incarnata dalla Wada: World Anti-Doping Agency) chiede il massimo della pena per la Federazione russa: l’esclusione dalle Olimpiadi di Rio del 2016. Il Consiglio della Iaaf (International Association of Athletics Federations) caccia tutta l’atletica russa, senza distinguere fra colpevoli e innocenti, la corte d’arbitrato (Tas: Tribunal Arbitral du Sport) conferma la sentenza; il giudice supremo (Cio: Comité International Olympique) salva gli altri sport. Dispensando clausole che suonano come altrettanti manrovesci ai principi\Al principio che impone il recupero sociale dei condannati, per esempio, giacché nessuna pena può mai essere eterna, e quando l’hai espiata torni un cittadino come gli altri; viceversa Rio resta vietata agli atleti russi che espongano anche un solo precedente di doping (compresa Yulia Stepanova, la “pentita”), e anche se abbiano già scontato la squalifica. Al principio d’eguaglianza, dal momento che la discriminazione vale soltanto per l’atletica russa, non per i pugili o i tennisti. Ma soprattutto questa decisione confligge con il principio di responsabilità, che è sempre individuale, nel senso che ciascuno risponde della propria condotta, non delle azioni altrui. Invece il centometrista russo no, lui paga per le colpe del suo Stato.

Può mai esserci giustizia in questo provvedimento di giustizia? Dipende dai punti di vista. Sul “Guardian” (19 luglio) un editoriale afferma che senza pene esemplari verrebbe meno la credibilità delle Olimpiadi; mentre Jeanette Kwakye (22 luglio) aggiunge che le vittime innocenti non sono gli atleti russi esclusi, bensì i loro colleghi che in passato vennero esclusi dal podio in gare truccate dalla Russia. Ma sta di fatto che la legge del taglione s’abbatte, per esempio, su Elena Isinbaeva. 28 primati mondiali nel salto con l’asta, 34 anni, mai dopata, questa per lei era l’ultima occasione. Non ne avrà un’altra.

Ecco, qui s’apre un punto decisivo. Quando la Juventus, nel 2006, fu retrocessa in serie B per frodi sportive commesse dai propri dirigenti, ogni calciatore ne ricevette un danno, benché incolpevole; tuttavia Ibrahimovic evitò la retrocessione traslocando all’Inter, Cannavaro al Real Madrid, Thuram al Barcellona. Ma in questo caso no, non è possibile. Non puoi dimetterti da russo, così come nessun cubano ha mai potuto dimettersi da Cuba, durante i lunghi anni dell’embargo: deciso dagli stati Uniti per castigare Fidel, punì giocoforza pure gli oppositori di Fidel. E la spiegazione sta nel fatto che nel diritto interno sono soggetti i cittadini, sicché la responsabilità è sempre personale; nel diritto internazionale la soggettività spetta agli Stati, dunque la responsabilità è sempre impersonale.

Insomma, siamo un po’ tutti vittime del caso. E’ il caso che ti fa nascere in Nigeria, dove la durata media della vita è la metà rispetto a chi ha avuto la ventura di venire al mondo in Australia, in Europa, in Giappone; o che ti mette in tasca un passaporto dello Zimbabwe, il cui reddito pro capite è 428 volte più basso in confronto a quello del Qatar. Sennonché il diritto – e soprattutto il diritto internazionale – dovrebbe avere funzione di riparare le ingiustizie, di ripristinare l’eguaglianza; invece rende il mondo ancora più ingiusto e diseguale. Morale della favola? Almeno in questo caso, è una favola immorale.

 

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