Trivellare è un rischio inutile

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Quando i manager delle aziende petrolifere guardano una piattaforma offshore vedono soldi. Gli ambientalisti invece vedono un disastro imminente.

 

Il governo statunitense avrebbe dovuto ascoltare questi ultimi prima di proporre tre nuove concessioni petrolifere offshore in Alaska, due delle quali nel mar glaciale Artico. Proprio in uno degli ecosistemi più fragili al mondo, dove ogni interferenza può avere effetti devastanti. È un luogo così remoto che se ci fosse una perdita sarebbe difficilissimo far fronte all’emergenza.

 

I rischi sono molto più grandi dei benefici. L’amministrazione statunitense deve guardare al contesto più ampio: agli effetti sull’ambiente delle decisioni in materia di energia, soprattutto dopo che gli scienziati hanno avvertito che il cambiamento climatico si abbatterà sul pianeta prima e più rapidamente del previsto.

 

Come abbiamo visto nel 2010 con il disastro della piattaforma Deepwater Horizon nel golfo del Messico, la trivellazione offshore presenta molti più rischi dell’estrazione sulla terraferma, dove le eventuali perdite possono essere riparate e bonificate più facilmente. Un recente studio ha concluso che nei prossimi 77 anni le probabilità di un incidente a un pozzo nell’Artico sono almeno del 75 per cento.

 

Non vale la pena di correre un simile rischio per aggiungere un altro rubinetto all’approvvigionamento energetico nazionale, soprattutto perché il fabbisogno statunitense di combustibili fossili è diminuito rispetto a dieci anni fa grazie all’impiego delle fonti rinnovabili. Anche se troppo tardi e troppo lentamente, il paese si sta muovendo nella giusta direzione. Quindi è un ottimo momento non solo per bloccare le trivellazioni nell’Artico, ma anche per una moratoria sulle concessioni petrolifere offshore in generale.

 

Ridurre la nostra dipendenza dai combustibili fossili non sarà facile né a buon mercato, ma sarà un passaggio cruciale.

 

Vietare le trivellazioni nell’Artico è un passo relativamente facile in quella direzione, e il governo dovrebbe farlo al più presto.

 

Questo il pensiero del Los Angeles Times che si può leggere nel numero 1147 dell’Internazionale, in edicola nei primi giorni di aprile.

 

Noi qui in Italia, a mio avviso, non dovremmo avere dubbi riguardo all’imminente referendum che cerca per quanto possibile di limitare le trivellazioni “offshore” nei nostri mari: penso che sia un espressione di voto necessaria quanto lo sarebbe un nuovo referendum sulla caccia e quanto lo sono stati quello sull’acqua e quello sulle centrali nucleari.

 

Dobbiamo difendere la terra in cui viviamo: l’acqua è di tutti, la fauna va protetta dall’estinzione, il mondo in cui stiamo va salvato dalle conseguenze dell’eventuale uso dell’energia nucleare e dobbiamo cambiare l’utilizzo delle nostre risorse energetiche spostandolo dai combustibili fossili e indirizzandolo pienamente verso le fonti rinnovabili.

 

E’ un dovere che abbiamo verso noi stessi, verso i nostri padri e verso le generazioni future.

Fabio Benetti, 31 marzo 2016

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