Siamo tutti buoni o buoni tutti a fare propositi per l’anno nuovo?

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Ogni anno si ha l’impressione che le luminarie e le offerte commerciali natalizie comincino un po’ prima che nell’anno precedente. Ogni anno mi pare di sentire sempre con maggior anticipo frasi come: “Se non ci vediamo prima, buone feste”. Ogni anno aspetto chi sarà il primo che mi dirà: “buona fine e buon inizio”, che forse è il mio preferito fra tutti gli auguri che ci si scambia a dicembre. Lo ammetto: la ragione della preferenza non è augurale-superstiziosa ma è semplicemente linguistica (ma potrei anche ammantarla di letteratura, con il riferimento ai Four Quartets di T. S. Eliot).

Quest’anno, proprio mentre risuonavano i primi auguri, mi è poi capitato di pensare alla differenza che passa fra un buono pasto e un pasto buono. Non è anche qui questione linguistica di fine e inizio?

Altro modo di dire che si usa: “Anno nuovo, Vita nuova”. Ero affezionato a uno scambio di vocali (anzi, di genere) che lo tramutava in un augurio di coppia: “Anna nuova, Vito nuovo”. Ora però, senza rompere le parole, sono portato a sottolineare che il nuovo anno non è detto sia anche un anno nuovo, banalità non priva di conseguenze interessanti. E’ certo un caso diverso da quello del buono pasto, perché i giochi che si fanno senza rompere le parole spesso sono giochi di sfumature screziate e inclassificabili. Prendiamo la differenza fra “un sol uomo” e “un uomo solo”: tutta questione di sfumature, che possono diventare impalpabili per esempio nel caso dell’aggettivo anteposto per ragioni liriche. Anche stereotipi pressoché burocratici, come “trasporto pubblico” possono prendere un che di poetico con l’anteposizione dell’aggettivo: il “pubblico trasporto” può assomigliare a un’ondata di empatia collettiva.

Segno che diventeremo tutti buoni o al contrario che siamo buoni tutti a fare propositi per l’anno nuovo?

 

Stefano Bartezzaghi, Venerdì di Repubblica, 30 dicembre 2016

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