Un “buco” da 5 miliardi nelle privatizzazioni 2016

tda “Repubblica”, giovedì 18 agosto 2016

ROMA.

Privatizzazioni, i conti non tornano. E lo “sbilancio” per il 2016 potrebbe superare i 5 miliardi di euro nonostante le assicurazioni del ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan.

La settimana scorsa, poche ore dopo l’istantanea di Bankitalia sull’ennesimo record del debito pubblico (2.248,8 miliardi a giugno, sette più del mese precedente), il Tesoro ha gettato acqua sul fuoco spiegando che “il valore assoluto continuerà a salire, mentre il rapporto tra debito e Pil si è stabilizzato e il governo lavora per farlo scendere”. Come? Anche con le privatizzazioni: “Il collocamento di Enav ha ottenuto un buon risultato nonostante il clima generale dei mercati – si legge nella nota di via XX Settembre – e il piano di cessione di una ulteriore quota di azioni di Poste fornirà un contributo utile ad avvicinare gli obiettivi fissati ad aprile”.

Conti alla mano, però, proprio gli obiettivi fissati in primavera dall’esecutivo, vale a dire quelli messi nero su bianco nel Def e garantiti alla Commissione europea, ad oggi sembrano impraticabili: “Il governo – recita il Documento di economia e finanza – sta dando attuazione al programma di privatizzazioni di società partecipate e proprietà immobiliari, con l’obiettivo di ridurre il debito pubblico e aprire il capitale delle società al mercato. Si prevede che il programma di privatizzazioni comporterà per l’Erario entrate pari allo 0,5% del Pil l’anno nel 2016, 2017 e 2018, e allo 0,3% nel 2019”. Numeri che per quest’anno, appunto, non tornano. Considerando che dalla vendita del 46,6% Enav sono entrati 834 milioni e che dal collocamento di un ulteriore 30% delle Poste, operazione comunque ancora sulla carta, Padoan si attende un gettito di 2 miliardi (il ministro lo ha dichiarato in audizione parlamentare), ecco che all’appello mancano oltre cinque miliardi: l’obiettivo dello 0,5% prefissato nel Def, infatti, vale circa 8 miliardi di euro, mentre il totale tra Enav e Poste è sotto di 3 miliardi. Come dire, dunque, che a poco più di quattro mesi dalla fine dell’anno il target sarà difficilmente raggiungibile. Una strada che rimane in salita anche se, impropriamente, tra le privatizzazioni venissero conteggiate le entrate attese dalla dismissione del patrimonio immobiliare pubblico: il termine di riferimento, per intenderci, sono i 946 milioni del 2015 indicati nel Def, cifra che oltretutto contiene partite di giro tra enti pubblici non spendibili per la riduzione del debito. D’altro canto, nella primavera scorsa un segnale d’allarme lo aveva lanciato anche l’Ufficio parlamentare di bilancio, sottolineando che “il profilo quantitativo degli introiti previsti dalle privatizzazioni risulta molto ambizioso. Non ci sono inoltre informazioni sufficienti per valutare se il programma del governo, e quindi la dinamica di discesa del debito, sia credibile”.

Il “buco” delle privatizzazioni si spiega in larga parte con la decisione presa dall’esecutivo di rinviare “sine die” il collocamento sul mercato di una quota fino al 40% delle Ferrovie dello Stato, operazione inizialmente prevista per quest’anno con tanto di ricambio dei vertici per accelerarne i tempi. Ora, visto il cambio di rotta del governo – spiegato con la necessità di valorizzare il più possibile l’azienda attraverso un adeguato piano industriale – e quindi la cancellazione di Fs dai target 2016, per centrare lo 0,5% del Pil fissato nel programma-privatizzazioni sarebbe necessario pianificare una qualche altra vendita di Stato entro la fine dell’anno. Il poco tempo a disposizione e l’andamento dei mercati finanziari rendono la prospettiva quasi impossibile, e a questo punto bisognerà vedere oltretutto quanto il mancato mantenimento dell’impegno sulle privatizzazioni peserà sul tavolo della trattativa tra Roma e Bruxelles per ulteriori margini di flessibilità nei conti pubblici. Incognita che il viceministro dell’Economia, Enrico Morando, non sembra voler sottovalutare: “Riguardo alla questione del debito siamo in tensione. Il problema va risolto rispettando gli impegni presi nel Def: e non è vero che non ci siano i margini per fare altre operazioni di dismissione. Si tratta di vedere quali”.

Più un auspicio che un annuncio, verrebbe da dire, misurando la distanza tra, da un lato, i programmi di privatizzazione annunciati negli ultimi due anni dal governo e, dall’altro, le operazioni concluse o le linee strategiche seguite dalle aziende di Stato. Le Fs, ad esempio, oltre a veder rinviata la privatizzazione non escludono in prospettiva l’acquisizione di aziende pubbliche come Anas e Atac, mentre l’Enel è stata lanciata nella grande partita infrastrutturale della fibra ottica, svolgendo di fatto un ruolo di peso nella politica industriale del Paese. Senza dimenticare, poi, la crescente espansione di Cassa depositi e prestiti.

“Il governo ha fatto capire a più riprese che non vuole perdere il controllo delle aziende – afferma il direttore dell’Istituto Bruno Leoni, Alberto Mingardi – e questo ha tra l’altro un riflesso anche sul prezzo di vendita. Insomma, non siamo di fronte ad una grande stagione di privatizzazioni come quelle fatte dai governi degli anni Novanta”. Ma per Morando non è solo una questione di numeri, in ballo ci sono gli assetti economici del Paese: “In questi processi – ribadisce il viceministro – non abbiamo l’unico obiettivo di fare cassa”.

 

MARCO PATUCCHI

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