Un piano migliore per il Giappone

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di Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia nel 2001

 

Sono passati venticinque anni da quando la bolla speculativa del Giappone si e sgonfiata: al “decennio perduto” ne è seguito un altro. Parte delle critiche rivolte alla politica economica giapponese sono immotivate.

La crescita non è di per sé un obiettivo: dovremmo interessarci di più allo standard di vita. In Giappone la popolazione è diminuita più che in altri paesi avanzati e la produttività è cresciuta.

La crescita della produzione per persona in età da lavoro, soprattutto dal 2008, è stata più elevata che negli Stati Uniti e molto più alta che in Europa.

Eppure i giapponesi credono che si possa fare di meglio. Il Giappone ha problemi sia con l’offerta sia con la domanda, nell’economia reale come nella finanza.

Per affrontarli ha bisogno di un programma economico più efficace rispetto a quello adottato negli ultimi anni, che non è riuscito a raggiungere l’inflazione programmata, ripristinare la fiducia dei consumatori o stimolare la crescita.

Tanto per cominciare, una CARBON TAX accompagnata da una “finanza verde” potrebbe attirare enormi investimenti per rinnovare l’economia. Un simile impulso bilancerebbe gli effetti recessivi dovuti alla pressione fiscale e alla diminuzione del valore delle attività inquinanti. Il denaro raccolto con la carbon tax potrebbe essere usato per ridurre il debito pubblico oppure per finanziare investimenti nel settore tecnologico o nell’istruzione, anche con misure studiate per migliorare la produttività del settore dei servizi.

Questi investimenti avrebbero l’effetto di stimolare l’economia e permetterle finalmente di uscire dalla deflazione.

Molti osservatori esterni sono preoccupati per il debito giapponese, che è facilmente gestibile con i bassi tassi d’interesse attuali, ma che non lo sarebbe se i tassi dovessero risalire a livelli piu normali. Anche se è difficile che questo possa succedere presto, per tutelarsi il Giappone potrebbe adottare due tipi di misure.

Per prima cosa, potrebbe scambiare parte del suo debito con delle PERPETUITY, obbligazioni che non vengono mai ripagate e fruttano un piccolo rendimento annuale.

Secondo alcuni una misura simile sarebbe inflazionistica, ma in un’economia alla rovescia come quella giapponese l’inflazione è esattamente quello di cui c’è bisogno.

In alternativa, il governo potrebbe trasformare il debito in denaro liquido, che non genera tassi d’interesse: la temuta monetizzazione del debito pubblico.

Anche se questa misura comporterebbe più rischi per l’inflazione, non sarebbe un motivo sufficiente per scartarla ma solo per procedere con cautela.

Il secondo modo con cui il Giappone potrebbe evitare un’impennata dei tassi d’interesse dipende dal fatto che in realtà lo stato è in gran parte indebitato con se stesso. A Wall Street molti non capiscono che l’importante è il debito netto, ovvero quello che lo stato deve al resto della società.

Se lo stato rimborsasse il denaro che deve a se stesso nessuno noterebbe la differenza, ma chi pensa solo al rapporto tra debito e pil nominale si sentirebbe più tranquillo.

Se dopo tutto questo la domanda fosse ancora insufficiente, il governo potrebbe ridurre le tasse ai consumatori, aumentare i crediti d’imposta sull’investimento, aumentare gli aiuti alle famiglie a basso reddito e investire ancora di più in tecnologia e istruzione, finanziandosi con emissioni di denaro. Ma il Giappone non ha solo un problema di domanda: i dati sulla produzione mostrano anche un problema di offerta, soprattutto nel settore dei servizi, che non dimostra la stessa ingegnosità dell’industria manifatturiera giapponese. Una nicchia che il Giappone potrebbe occupare e lo sviluppo di tecnologie per i servizi, come gli strumenti diagnostici per la medicina.

Il primo ministro Shinzō Abe ha adottato un programma molto diverso, sostenendo il Partenariato transpacifico (Tpp) con gli Stati Uniti e altri dieci paesi della regione. Secondo Abe il Tpp favorirebbe le tanto attese riforme nel settore agricolo (anche se dall’altra parte del Pacifico nessuno pensa che l’accordo aiuterebbe gli Stati Uniti ad abbandonare le loro politiche agricole distorsive). In realtà simili riforme avrebbero effetti limitati sul pil, per il semplice motivo che l’agricoltura è responsabile di una minima parte della produzione nazionale giapponese. D’altra parte, Abe fa bene a proporre misure che puntano a integrare maggiormente le donne nella forza lavoro e possono aumentare la produttività e stimolare la crescita.

Anche dopo un quarto di secolo di stagnazione, il Giappone rimane la terza economia mondiale. Una politica economica mirata ad alzare il tenore di vita darebbe impulso alla domanda e alla crescita economica globale. Inoltre, allo stesso modo in cui ha condiviso i suoi prodotti e le sue tecnologie innovative con il resto del mondo, il Giappone potrebbe esportare politiche economiche di successo, e le stesse misure potrebbero contribuire a migliorare lo standard di vita anche in altri paesi sviluppati.

 

INTERNAZIONALE, n.1172, 23.9.2016

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