Un tabù infranto

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Nell’ultima settimana ho volutamente infranto un tabù palestinese: ho parlato delle donne che fuggono dalle violenze domestiche rifugiandosi nei checkpoint israeliani, dove impugnano un coltello o cercano di accoltellare un soldato per essere sicure di finire in carcere per qualche mese. Non è un fenomeno nuovo, ma negli ultimi anni è cresciuto in modo esponenziale. I soldati, anche se non sono in pericolo, spesso reagiscono uccidendo o ferendo queste donne. Da settembre del 2015 i soldati hanno ucciso 15 donne nei checkpoint, e molte altre sono state arrestate. Quante di loro hanno perso la vita o la libertà per unirsi alla lotta armata? E quante lo hanno fatto spinte da quelle che con un eufemismo sono chiamate “motivazioni sociali”?

 

In assenza di un dibattito aperto, le istituzioni palestinesi continueranno a chiamare “eroine” queste donne e ad onorare i loro famigliari, gli stessi da cui forse sono fuggite.

 

In altre parole, continueranno a nascondere la polvere sotto il tappeto. Le associazioni per i diritti delle donne si battono contro le violenze domestiche, ma quando una donna viene uccisa o arrestata dai soldati israeliani, si guardano bene dall’indagare. Certo, ci sono attiviste che vorrebbero sollevare il problema. Per quanto mi riguarda, l’ho fatto in un articolo sull’ennesimo caso di una donna, madre di due figli, che due settimane fa è andata incontro a morte certa con un coltello in mano. Ma la colpa non era solo dei soldati dal grilletto facile.

 

Amira Hass, “Internazionale” n. 1158, 17 giugno 2016

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