Una generazione angosciata

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Laurie Penny, Regno Unito, “Internazionale” n. 1146, 25 marzo 2016

 

 

Sono passati otto anni dall’inizio della grande recessione, e la crisi economica è diventata uno stato d’emergenza permanente.

 

Qualche settimana fa, la Joseph Rowntree foundation ha pubblicato un rapporto sulle prospettive dei giovani adulti in tutto il mondo. In sintesi, il rapporto dice che non abbiamo molte prospettive. Per i cosiddetti millennials, i nati tra il 1980 e il 1994 che sono entrati nell’età adulta proprio mentre le fauci della crisi economica si stringevano sulla rivoluzione tecnologica, tutti i presunti indicatori del raggiungimento della maturità – uno stipendio sicuro, l’indipendenza economica dai genitori, l’acquisto di una casa, il matrimonio, i figli – sono ormai un sogno.

 

Sono passati sei anni dalle proteste studentesche che hanno anticipato il movimento Occupy. Nel 2011 il mondo è stato scosso da un interrogativo angoscioso: “Dov’è finito il nostro futuro?”. Il futuro che ci era stato rubato era una storia: la favola borghese secondo cui se lavori duro e fai le scelte giuste troverai un buon lavoro e potrai farti una famiglia, e magari ti avanzerà abbastanza da andare in vacanza in qualche posto dove si grigliano pesci appena pescati sulla spiaggia.

 

Una volta ho letto una cosa del genere nelle pagine di costume del Guardian, e mi era sembrato fico.

 

Questo discorso generazionale, naturalmente, è profondamente borghese. La cosa più borghese è il modo in cui si cerca di ignorare il nocciolo della questione, ovvero l’angoscia esistenziale del far parte della classe media. È tutta una questione di aspettative. Nello specifico, del baratro tra le aspettative e le prospettive concrete.

 

E, dato che parliamo di aspettative, la questione è meno rilevante sia per quelli che sono cresciuti sapendo che non dovevano farsi illusioni, sia per quelli che speravano di ereditare un piccolo impero immobiliare.

 

Ma il fatto è che tutti quelli che si trovano nel mezzo rappresentano ancora la maggioranza della popolazione, quindi vale la pena di parlare apertamente delle conseguenze politiche della loro precarietà.

 

La maggior parte dei millennials di classe media e operaia che conosco sono bloccati in una sorta di estenuante attesa perenne, sballottati tra lavori part-time e appartamenti in affitto condivisi, e con il passare del tempo hanno capito che questa instabilità non finirà presto. Una delle accuse rivolte a noi millennials è che siamo immaturi, poco inclini a impegnarci e rifugiati in un perenne stato adolescenziale e autoindulgente.

Ma mentre un ragazzo che vive ancora con i genitori e passa la giornata nello scantinato a giocare ai videogiochi può anche essere una persona che ha sbagliato tutto nella vita, tre milioni di ragazzi che vivono ancora con i genitori sono il segno che è la società ad avere sbagliato tutto.

 

È ovvio che abbiamo paura d’impegnarci. Tutto ciò per cui ci hanno detto che valeva la pena impegnarci ci ha fregati. La maggior parte di noi non fa lo stesso lavoro per più di due anni. Molti rischiano di non avere più una casa al prossimo aumento degli affitti. In tempi come questi è perfettamente normale avere paura d’impegnarsi.

 

Oggi i giovani di classe media stanno scoprendo quello che la classe operaia ha sempre saputo: senza la sicurezza economica non può esserci impegno, perché quando tutto può cambiare da un giorno all’altro è più sicuro dormire con un occhio aperto e tenere sempre un piede sulla porta. I ragazzi della classe media sono indignati perché si aspettavano qualcosa di diverso.

 

La rabbia della classe media è un problema politico. Se non sarà arginata si rivolgerà verso l’alto, perché presto la classe media capirà di avere molto più in comune con gli operai che con i ricchi. Frustrazione. Delusione. Sensazione di essere stati fregati. Nessuna prospettiva di mettere su famiglia. È di questi problemi quotidiani che sono fatte le situazioni sociali esplosive. Rivolte, rivoluzioni e corse agli sportelli sono le cose che succedono quando le “famiglie di onesti lavoratori”, le fondamenta della classe media di cui i nostri governi amano così tanto parlare, capiscono di essere state imbrogliate e reagiscono.

 

Per mantenere l’ordine sociale bisogna fare in modo che la classe media inquieta e insoddisfatta impari la vergogna e il sospetto. La vergogna, naturalmente, è quella di non far parte dei pochi fortunati la cui mobilità sociale non ha ingranato la marcia indietro, mentre il sospetto è quello verso chiunque sia messo peggio di loro, nel caso in cui l’autocommiserazione non basti a frenare la rabbia. Ed è qui che entrano in gioco gli attacchi spietati del governo contro i beneficiari dello stato sociale, i disabili, i malati mentali e gli immigrati. Non è mai stata una questione di bilancio. È questione di salvare la faccia. La rabbia della classe media dev’essere reindirizzata, indebolita, spinta verso la depressione e l’ansia, trasformata in ostilità verso i meno fortunati.

 

Quando parliamo di rabbia generazionale, quando ci preoccupiamo per i problemi dei millennials, non dobbiamo dimenticare che è tutto un problema di classe e di aspettative di classe.

 

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